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Titolo (Dublin Core)
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI SOLUCH
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Descrizione (Dublin Core)
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Il campo di concentramento di Soluch fu uno dei principali strumenti di repressione impiegati dal regime fascista italiano durante la campagna coloniale in Libia. Fu allestito nell'ottobre 1930 su ordine del generale Rodolfo Graziani, responsabile della conduzione delle operazioni militari e della sottomissione della popolazione locale.
Il campo faceva parte di un più ampio sistema concentrazionario destinato a deportare la popolazione nomade e seminomade dall’altopiano del Gebel, una regione strategica, verso le aree costiere della Sirtica. Lo scopo era duplice: isolare i gruppi considerati potenzialmente ostili e controllare militarmente il territorio attraverso il depopolamento forzato.
Durante il periodo di attività del campo, oltre 20.000 persone furono internate a Soluch. Quando, nel maggio del 1933, il campo fu chiuso, solo 14.500 di loro risultavano ancora in vita. Le cause principali di questa mortalità furono le condizioni di vita estremamente dure, le malattie, le punizioni e le violenze sistematiche.
Gli internati erano obbligati a lavorare quotidianamente. Al mattino, dalle 7 alle 12, venivano impiegati in opere stradali ed edilizie nella vicina città. Nel pomeriggio, potevano coltivare piccoli appezzamenti di terreno assegnati loro dal comando del campo. I raccolti di cereali e ortaggi, però, non erano destinati agli stessi deportati: venivano venduti al mercato di Bengasi e solo una piccola percentuale del ricavato veniva distribuita tra i prigionieri.
Le condizioni igienico-sanitarie erano drammatiche. In alcuni giorni, il numero di malati raggiungeva le 500 unità, ma l’assistenza era quasi inesistente: un solo medico italiano, coadiuvato da dieci "infermieri" libici senza alcuna formazione sanitaria, era incaricato della cura degli internati.
L’organizzazione del campo era affidata a un comandante militare, supportato da ufficiali e soldati dell’esercito. Il controllo interno era esercitato da Ascari eritrei e Zaptié, mentre la sicurezza esterna era nelle mani dei carabinieri italiani.
La disciplina era mantenuta attraverso un rigido regolamento e un sistema repressivo feroce. Anche infrazioni minime — come comunicare con altri internati o cercare di lasciare il campo — potevano essere punite con il razionamento di acqua e cibo. Le pene fisiche erano brutali: restare immobili al sole con le braccia tese e appesantite da pietre, fustigazioni, sospensioni ai polsi o ai piedi, sepoltura nella sabbia con la sola testa all’esterno, mutilazioni (mani, piedi, lingua), abusi sessuali sistematici, prostituzione forzata. In molti casi, le punizioni culminavano nell’eliminazione fisica.
Il campo di Soluch rappresenta uno degli esempi più atroci della violenza coloniale italiana in Libia, un luogo dove la repressione si tradusse in annientamento umano, privazione sistematica della dignità e negazione assoluta dei diritti fondamentali.
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Data (Dublin Core)
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Ottobre 1930 - maggio 1933
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Posizione Geografica (Dublin Core)
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Soluch, Cirenaica, Libia
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Tipologia (Dublin Core)
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Campo di internamento
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Fonte (Dublin Core)
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A. Del Boca, Italiani, brava gente? un mito duro a morire, Biblioteca editori associati di Tascabili 117. Vicenza, BEAT, 2019; eoff Simons (2003). Libya and the West: From Independence to Lockerbie. Oxford, England, UK: Centre for Libyan Studies;Michael R. Ebner; Geoff Simons (2011). Ordinary Violence in Mussolini's Italy. New York, USA: Cambridge University Press.
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Citazione bibliografica (Dublin Core)
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A. Del Boca, Italiani, brava gente? un mito duro a morire, cit., p. 184-186; eoff Simons (2003). Libya and the West: From Independence to Lockerbie. cit., p. 12; Michael R. Ebner; Geoff Simons (2011). Ordinary Violence in Mussolini's Italy. cit., p. 261.
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Contesto storico (Crimini di guerra italiani)
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Africa coloniale (Repressione coloniale italiana in Cirenaica sotto il generale Rodolfo Graziani dal 1930)
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Responsabili (Crimini di guerra italiani)
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Generale Rodolfo Graziani (ordine di istituzione); comandante militare del campo, ufficiali e soldati dell'esercito italiano; Ascari eritrei e Zaptié per il controllo interno; carabinieri italiani per la sicurezza esterna.
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Vittime (Crimini di guerra italiani)
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Oltre 20.000 persone internate complessivamente; solo 14.500 sopravvissute alla chiusura del campo nel maggio 1933 (circa 5.500 morti). Vittime di lavoro forzato, malattie (fino a 500 malati contemporaneamente, assistiti da un solo medico italiano e dieci "infermieri" libici non qualificati), punizioni corporali estreme, mutilazioni, abusi sessuali sistematici e prostituzione forzata.
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