Crimini di guerra italiani
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- Crimini di guerra italiani
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- Raccolta di eventi relativi a crimini di guerra commessi dall'esercito italiano tra XIX e XX secolo, organizzati e georeferenziati nell'ambito del progetto di tesi.
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ECCIDIO DI ADDIS ABEBAL'attentato del 19 febbraio 1937, compiuto da due partigiani etiopi durante la celebrazione della nascita del primogenito del principe Umberto di Savoia, causò sette morti e circa cinquanta feriti, tra cui lo stesso generale Graziani. La reazione italiana fu fulminea e brutale. Nel suo diario segreto, il giornalista Ciro Poggiali scrive: "Tutti i civili che si trovarono in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada. Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente". Fascisti e civili italiani presenti nella capitale etiope si scagliarono contro civili innocenti, distruggendo migliaia di abitazioni e arrestando chiunque fosse ritenuto anche solo lontanamente sospettato o connivente nell'aggressione al viceré (I militari italiani e la polizia coloniale incarcerò circa 4.000 etiopi). Circa 400 notabili locali furono imprigionati e deportati in Italia, mentre le persone di minore rilievo furono internate nei campi di concentramento di Nocra, in Eritrea, e di Danane, in Somalia, dove circa la metà morì per malattie e per le terribili condizioni igieniche. La devastazione si concluse dopo tre giorni di massacri, Graziani intimò di porre fine alle rappresaglie, minacciando di affidare ai carabinieri il ripristino dell'ordine. Con il seguente manifesto si poneva fine alla caccia: "Camerati! Ordino che dalle ore 12 di oggi 21 febbraio XV cessi qualsiasi atto di rappresaglia. Alle ore 21:30 i fascisti debbono ritirarsi nelle proprie abitazioni. Severissimi provvedimenti saranno presi contro i trasgressori". Nel memorandum presentato dal governo etiopico al Consiglio dei Ministri degli Esteri delle potenze vincitrici, riunito a Londra, si parla di circa 30.000 vittime nella strage del 1937. Probabilmente, questo bilancio include anche le stragi successive compiute dagli italiani. I giornali americani e britannici dell'epoca riportano cifre che variano tra 1.400 e 6.000 morti. Recenti stime confermerebbero una cifra approssimativa di circa 19.000 vittime.
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ECCIDIO DI DEBRA LIBANOSSecondo le indagini avviate dopo l'attentato del 19 febbraio, alcuni monaci del monastero di Debrà Linabòs furono accusati di essere complici degli autori dell'attentato ad Addis Abeba. Si decise di recarsi il prima possibile al monastero e fucilare tutti i monaci del convento. L'azione venne condotta dalle truppe coloniali italiane sotto il comando del generale Pietro Maletti, allora incaricato della repressione armata nella regione dello Scioa occidentale, per ordine del viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani. Il 21 maggio, i monaci furono trasferiti nella piana di Laga Wolde, deputato un luogo adatto per effettuare le esecuzioni. In una ricostruzione dei fatti, due docenti universitari, l'inglese Campbell e l'etiope Gabre-Tsadik, raccontano: "Le vittime furono spinte giù dal camion e furono rapidamente fatte allineare, col viso a nord e la schiena volta verso gli Ascari. Furono quindi costrette a sedersi in fila lungo l'argine meridionale del fiume, che in quel periodo dell'anno era quasi completamente in secca. Gli Ascari presero quindi un lungo telone, preparato appositamente per l'occasione, e lo stesero sui prigionieri come una stretta tenda formando un cappuccio sopra la testa di ognuno di loro". La fucilazione coinvolse 449 religiosi, compreso il vice priore e i giovani diaconi. Tuttavia, secondo i professori Campbell e Gabre-Tsadik, che intervistarono monaci e civili sopravvissuti, dalle testimonianze raccolte emerse che il numero dei fucilati oscillerebbe tra i 1.000 e i 1.600.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AKAKINei pressi della Stazione Radio d’Etiopia ad Akaki, un’area recintata venne trasformata in un campo di concentramento. In quel luogo, uomini e donne etiopi, militari e civili, vennero rinchiusi insieme ad anziani e bambini, e privati di ogni tutela e dignità. Le condizioni di vita erano spietate: l’alimentazione si riduceva a gallette secche e acqua, appena sufficienti a sopravvivere. Solo pochi fortunati riuscivano a ricevere qualche razione in più da familiari che, dall’esterno, tentavano disperatamente di aiutare i propri cari. Ma anche questi gesti di umanità venivano puniti: chi portava cibo rischiava di essere percosso sul posto. All'interno del campo, la brutalità era quotidiana. Uomini e donne venivano bastonati senza motivo apparente. Alcune donne etiopi furono completamente spogliate e lasciate nude davanti a tutti, vittime di un’umiliazione pensata per annientare psicologicamente, oltre che fisicamente. Il campo di Akaki divenne così non solo un luogo di detenzione, ma un teatro sistematico di violenza, privazione e disumanizzazione, riflesso tragico delle pratiche repressive messe in atto durante l’occupazione coloniale italiana.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI SHANOIl campo di concentramento di Shano – situato in una zona dell’Etiopia controllata dal generale italiano Guglielmo Nasi – fu uno dei luoghi più oscuri della repressione coloniale italiana tra il 1936 e il 1941. Qui, nell’ambito della cosiddetta “Grande Polizia Coloniale”, le autorità fasciste radunavano sistematicamente civili etiopi, spesso senza alcuna accusa formale, destinandoli a una fine tragica. Una volta che il campo si riempiva, la maggior parte dei prigionieri veniva condotta fuori e fucilata dalle truppe italiane. Dopo le esecuzioni, il campo tornava a svuotarsi, pronto ad accogliere nuovi prigionieri. Il ciclo di arresti arbitrari e massacri si ripeteva con meccanica brutalità, trasformando Shano in un simbolo della violenza sistematica e pianificata dell’occupazione coloniale italiana.
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MASSACRO A GAIA ZERETNel 1939, la guerra d’Etiopia era ufficialmente finita da tre anni, ma la resistenza non si era mai spenta. Nella regione dello Scioa, gli Arbegnuoc, combattenti partigiani etiopi, continuavano a mettere a dura prova le forze di occupazione italiane. Guidati da Abebe Aregai e sostenuti dalla popolazione locale, gli insorti rappresentavano ancora una minaccia concreta per il controllo coloniale. Per stroncare definitivamente questa resistenza, nel febbraio del 1939 le autorità fasciste avviarono la cosiddetta «operazione grande pulizia», una campagna di repressione feroce e mirata. Il suo episodio più terribile si consumò nella grotta Amazegna Washa. Il 3 aprile, l’esercito italiano cinse d’assedio la grotta, rifugio di una colonna composta da partigiani, donne e bambini. Gli Arbegnuoc resistettero con tenacia per sette giorni. Di fronte alla difficoltà di conquistare il nascondiglio, il comando italiano prese una decisione estrema: ricorrere alle armi chimiche. Fu così che venne attivato il "plotone chimico", partito dal porto eritreo di Massawa e dotato di un carico letale: un centinaio di proiettili all’arsine e una bomba aeronautica contenente oltre 200 chili di iprite. Il 9 aprile, i soldati italiani travasarono l’iprite in dodici bidoni, li collegarono a detonatori elettrici e li calarono all’ingresso della grotta. Poco dopo, li fecero esplodere. Il gas non causava dolore immediato. Penetrava però nella pelle, anche attraverso indumenti pesanti, e in poche ore trasformava i corpi in campi di sofferenza: la cute si copriva di vesciche, che si aprivano in piaghe profonde, mentre all’interno del corpo si diffondevano emorragie, cecità, asfissia. Il veleno riempiva la grotta, colpendo senza distinzioni chiunque si trovasse al suo interno. Chi si trovava vicino all’entrata morì quasi subito. Gli altri, nascosti nelle profondità della caverna, iniziarono a soccombere nei giorni successivi. L’11 aprile, i superstiti iniziarono ad uscire: uomini, donne, bambini. I circa 800 uomini vennero immediatamente fucilati, in esecuzione di un ordine diretto del Duce. Le donne e i bambini furono trattenuti per breve tempo nei pressi del campo militare italiano, poi vennero rilasciati. Alla fine, tra l’interno e l’esterno della grotta, i morti furono tra gli 800 e i 1.500.
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BOMBARDAMENTO SU NEGHELLINel pieno dell’offensiva etiope guidata dal ras Destà Demtèu, il generale Rodolfo Graziani chiese l’autorizzazione all’uso delle armi chimiche per fermare l’avanzata nemica. La risposta da Roma non tardò: Benito Mussolini approvò pienamente la richiesta, concedendo a Graziani libertà d’azione totale sull’impiego dei gas asfissianti. Graziani decise di affidarsi all’arma più distruttiva di cui disponeva: l’aviazione. Con una serie di bombardamenti sistematici, mirò a colpire le linee di rifornimento e i punti strategici dell’esercito etiope. Particolarmente devastante fu l’attacco contro Neghelli, una base fondamentale per il sostentamento delle truppe abissine. In quel raid, l’aviazione italiana sganciò 177 quintali di esplosivo e gas tossici. La testimonianza di ras Destà Demtèu all'imperatore descrive l'attacco italiano: "Dal 17 dicembre gli italiani gettano anche bombe a gas, le quali piovono come la grandine ... Le lesioni, anche leggere, prodotte da tale gas gonfiano sempre più sino a diventare, per infezioni delle grandi piaghe".
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BOMBARDAMENTO GANALE DORIALa controffensiva guidata dal generale Graziani prese il via il 12 gennaio 1936, con la cruenta battaglia di Ganale Doria. Fu un’operazione condotta con brutalità sistematica, che segnò l’inizio del tracollo dell’armata etiope nel fronte meridionale. Sulle truppe abissine vennero sganciati 1.700 chilogrammi di gas asfissianti e vescicanti. La campagna proseguì implacabile. Il 20 gennaio, le truppe italiane conquistarono la città di Neghelli, preceduta da un bombardamento devastante: 1.250 quintali di esplosivo ridussero in macerie il territorio, aprendo la strada all’avanzata. Nel frattempo, le armate del ras Destà, disperse e avvelenate dall’iprite, cercavano una via di fuga verso il Kenya. Ma l’inseguimento italiano non lasciò scampo. Nei pressi di un’ampia gola, passata alla storia come il “vallone della morte”, le colonne etiopi vennero raggiunte e annientate.
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BOMBARDAMENTO DELL'OSPEDALE DA CAMPO DI MALCA DIDAIl 30 dicembre 1935, l’offensiva italiana ordinata dal generale Graziani colpì un ospedale da campo svedese a Malca Dida, durante un bombardamento aereo. L’attacco, che non lasciava spazio a errori di identificazione in quanto erano preseti i contrassegni della Croce Rossa, si abbatté con violenza su una struttura destinata alla cura dei feriti, non alla guerra. Le bombe uccisero 28 pazienti etiopi che vi erano ricoverati e un medico svedese, impegnato nell’opera umanitaria. Fu un atto che oltrepassò i confini della guerra, violando apertamente le convenzioni internazionali. Non era solo un crimine contro la popolazione etiope, ma anche un attacco diretto alla neutralità e all’impegno della comunità internazionale che cercava, con pochi mezzi, di alleviare le sofferenze del conflitto.
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BOMBARDAMENTO A EL ARAREITra il 24 e il 31 dicembre 1935, durante la guerra d'Etiopia, l'aviazione italiana bombardò la località di Areri, dove si trovavano le forze etiopi comandate da ras Destà Damtew. Su ordine del generale Rodolfo Graziani furono impiegati tre velivoli Caproni Ca.101 bis, che effettuarono attacchi il 24, 25, 28, 30 e 31 dicembre. Complessivamente furono sganciate 125 bombe contenenti iprite e fosgene. L'impiego delle armi chimiche si inserì nelle operazioni italiane contro le forze di ras Destà sul fronte meridionale.
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BOMBARDAMENTO A GORAHAIIl 27 ottobre 1935, alla vigilia dell'attacco italiano alla piazzaforte di Gorahai, il generale Rodolfo Graziani ricevette da Benito Mussolini un telegramma con il quale veniva autorizzato all'impiego dei gas "come ultima razio per sopraffare resistenza nemico o in caso di contrattacco". L'ordine era riferito all'azione prevista per il 29 ottobre. Durante l'attacco a Gorahai, tuttavia, le armi chimiche non furono utilizzate; il loro impiego sul fronte meridionale sarebbe iniziato successivamente, nel dicembre 1935.
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BOMBARDAMENTO DELL' ASCIANANGHIL'episodio si colloca nella fase della guerra d'Etiopia caratterizzata dall'impiego di armi chimiche da parte delle forze italiane. La testimonianza del dottor Melly documenta le conseguenze sanitarie dell'esposizione all'iprite tra la popolazione e le persone presenti nella regione dell'Ascianghi. Il Dottor Melly, responsabile di una delle ambulanze inglesi testimoniò che: "Tra il 7 e il 22 marzo allorché questa ambulanza si trovava nella regione dell'Ascianghi, curammo dai due ai trecento casi di ustioni da iprite. La maggior parte dei gasati era rimasta momentaneamente accecata. Un gran numero di ustioni presentava un carattere particolarmente grave, terribile."
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BOMBARDAMENTO DELL'AMBA ALAGISi riporta la testimonianza del dottor Schuppler, responsabile dell'ambulanza n.3, in un rapporto al ministro degli Esteri etiopico: "Ho l'onore di portare a vostra conoscenza che il 14 gennaio 1936, per la prima volta, delle bombe a gas sono state impiegate dagli aviatori italiani. Queste bombe hanno ucciso 20 contadini e io ho curato 15 casi di persone colpite dal bombardamento a gas tra cui 2 bambini. Le ustioni sono state provocate dall'iprite, usata a sud del passo di Alagi".
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BOMBARDAMENTO DELL'AMBA ARADAML’offensiva sull’Amba Aradam, lanciata da Pietro Badoglio, segnò un ulteriore passo nella guerra d’Etiopia verso l’uso sistematico della violenza più estrema. Durante l’operazione, l’artiglieria italiana fece largo uso di granate caricate con arsina, un composto tossico dagli effetti devastanti sul corpo umano. I colpi si abbatterono sulle posizioni etiopi, soffocando ogni possibilità di resistenza. Nel corso dei combattimenti, vennero catturati due europei al servizio del Negus: il medico polacco Stanisław Belau e il suo assistente. I due erano noti per aver denunciato alla Società delle Nazioni il bombardamento indiscriminato della città di Dessiè da parte dell’aviazione italiana. Dopo la cattura, entrambi furono sottoposti a torture con lo scopo di costringerli a ritrattare le loro dichiarazioni ufficiali. La loro sorte, come quella di molti testimoni scomodi di quella guerra, fu segnata dal tentativo del regime fascista di occultare crimini che ormai avevano assunto una portata internazionale. Dopo la disfatta subita nella battaglia di Amba Aradam, l’esercito etiope si ritirò in modo caotico e frammentato,. Ma la ritirata non segnò la fine delle ostilità, bensì l’inizio di un massacro. Le truppe del Negus, stremate e in disordine, divennero un facile bersaglio per l’aviazione italiana, che entrò in azione con spietata determinazione. Tutti gli aerei disponibili sul fronte nord furono mobilitati per inseguire i reparti in rotta: una caccia dall’alto, ininterrotta, metodica, letale. In una sola giornata, vennero sganciati 730 quintali di esplosivo. Le bombe piovvero lungo le vie di fuga, sulle alture e nelle valli dove i soldati etiopi cercavano scampo. Non fu più una battaglia, ma una carneficina a cielo aperto, orchestrata con la superiorità tecnica dell’aviazione e la volontà di annientare l’esercito nemico fino all’ultimo uomo. Una testimonianza ci giunge da Alessandro Pavolini, gerarca toscano e aviatore nella squadriglia da bombardamento Disperata, che descriveva così l'attacco: "L'aviazione concepita come cavalleria d'inseguimento. Vere e proprie cariche di velivoli si avventarono lungo le carovaniere, incalzarono i fuggiaschi ai guadi, dispesero le colonne, perseguitavano i dispersi con la mitragliatrice e la carabina". Pavolini censurò l'impiego del gas ipritico, soprannominato anche gas mostarda, che decimò ulteriormente i soldati. L'iprite è un agente chimico utilizzato nella guerra chimica, caratterizzato da proprietà vescicatorie e tossiche. È un liquido oleoso, incolore, i cui vapori possono danneggiare la pelle anche attraverso gli abiti.
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DISTRUZIONE VILLAGGIO DOGHEADurante la campagna italiana d’Etiopia, il villaggio di Doghea fu distrutto dalle forze italiane. Giuseppe Bottai descrive la distruzione del villaggio di Doghea da parte dell'esercito italiano. Nel suo Quaderno africano così racconta: "Le rovine del paese, allietate da qualche albero, le mura delle sue casupole slabbrate dai colpi delle nostre artiglierie e calcinate dagli incendi, non fanno nessuna pena. Non stringono il cuore. Troppo le rovine sono simili all'aspetto normale di questi paesi, perché ne risulti la tragica angoscia della vita spezzata, del focolare spento."
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BOMBARDAMENTO IPRITICO MACALLÈIl Negus Hailè Selassiè dinanzi all'assemblea ginevrina il 30 giugno 1936 dichiarò che: "fu all'epoca di accerchiamento di Macallè [8 novembre 1935 ] che il comando italiano, temendo una disfatta, applicò il procedimento che ho il dovere di denunciare al mondo. Dei diffusori furono istallati a bordo degli aerei in modo da vaporizzare, su vaste distese di territorio, una sottile pioggia micidiale. A gruppi di nove, di quindici, di diciotto, gli aerei si succedevano in modo che la nebbia emessa da ciascuno formasse una coltre continua. Fu così che, a partire dalla fine di gennaio 1936, i soldati, le donne, i bambini, il bestiame, i fiumi, i laghi, i pascoli, furono di continuo spruzzati con questa pioggia mortale. Per uccidere sistematicamente gli esseri viventi, per avvelenare con certezza le acque e i pascoli, il comando italiano fece passare e ripassare gli aerei. Questo fu il suo principale metodo di guerra."
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BOMBARDAMENTO AEREO 2° BATTAGLIA DEL TAMBIENDurante la Seconda battaglia del Tembien, l’offensiva italiana raggiunse uno dei suoi momenti più devastanti. L’aviazione, protagonista assoluta dell’operazione, riversò sull'esercito etiope una pioggia di fuoco: 1.950 quintali di esplosivo vennero sganciati dall’alto, trasformando montagne e valli in campi di morte. Mentre l’aria tremava sotto i colpi dell’artiglieria e il rombo degli aerei, le truppe italiane a terra completarono una manovra di accerchiamento micidiale. Le armate abissine, in ritirata e già duramente provate dai bombardamenti, si trovarono intrappolate in una morsa da cui era impossibile fuggire. L’attacco fu totale. L’aviazione colpì incessantemente, decimando i reparti etiopi ormai allo stremo. Fu uno sterminio condotto con mezzi moderni contro un esercito male equipaggiato, che cercava invano di resistere. La battaglia si concluse con l’annientamento quasi completo delle forze abissine: un episodio che mostrò tutta la disparità tra l’apparato militare coloniale italiano e la resistenza etiope. L'aviatore Pavolini descrive la scena dell'attacco: "I gruppi marciavano in pieno disordine ma l'obbligatorietà del percorso lungo la pista, la strettezza dei guadi, i binari delle pareti dei burroni, contribuivano inevitabilmente a tenerli addensati in colonna. Anche da mille metri era facile scorgerli. Poi si piombava, il veicolo imboccava il corridoio delle anguste valli, ne obbediva lo zig zag. Seminava intanto, sobbalzando agli schianti, il suo carico mortale".
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BOMBARDAMENTO AEREO NELLO SCIRÈNel tentativo di fermare l’avanzata delle truppe etiopi nello Scirè, il maresciallo Pietro Badoglio ordinò un massiccio intervento dell’aviazione italiana. I bombardamenti si concentrarono sui guadi del Texazzè e del Golimà, su Mai Timchet e sul passo di Agumbertà: punti strategici lungo le direttrici di marcia dell’esercito del Negus. Fu in questa occasione che, per la prima volta, vennero impiegate le terribili bombe C.500T, ordigni carichi di 212 chilogrammi di iprite, un gas mostarda altamente tossico. Dall’alto, gli aerei italiani seminarono una pioggia velenosa e invisibile che trasformò il terreno in un inferno silenzioso. L’iprite bruciava la pelle, i polmoni, le speranze. Il ras Immirù riportò gli effetti di questa arma: "Fu uno spettacolo terrificante. Io stesso sfuggii per un caso alla morte. Era la mattina del 23 dicembre e avevo da poco attraversato il Taccazè, quando comparvero nel cielo alcuni aeroplani. Il fatto, tuttavia, non ci allarmò troppo, perché ormai ci eravamo abituati ai bombardamenti. Quel mattino, però, non lanciarono bombe, ma strani fusti che si rompevano appena toccavano il suolo o l'acqua del fiume, e proiettavano intorno un liquido incolore. Prima che mi potessi rendere conto di ciò che stava accadendo, alcune centinaia fra i miei uomini erano rimasti colpiti dal misterioso liquido e urlavano per il dolore, mentre i loro piedi nudi, le loro mani, i loro volti si coprivano di vesciche. Altri che si erano dissetati al fiume, si contorcevano a terra in un'agonia che durò ore. Fra i colpiti c'erano anche dei contadini che avevano portato le mandrie al fiume, e gente dei villaggi vicini. I miei sottocapi, intanto, mi avevano circondato e mi chiedevano consiglio, ma io ero stordito, non sapevo che cosa rispondere, non sapevo come combattere questa pioggia che bruciava e uccideva".
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REPRESSIONE DELLA RIVOLTA DI EL HAGNel cuore della Somalia Italiana degli anni Venti, un piccolo centro islamico divenne teatro di uno degli episodi più violenti della dominazione coloniale. La rivolta di El-Hagi, scoppiata il 28 ottobre 1926 e guidata dallo sceicco Mohamed Nur, fu molto più di un semplice atto di ribellione armata. Rappresentò il rifiuto deciso della comunità locale di sottomettersi all’autorità italiana, allora sotto il controllo del quadrumviro Cesare Maria De Vecchi. Inoltre fu l’estremo tentativo di difendere l’autonomia religiosa e politica sotto la guida carismatica di Mohamed Nur. L’insurrezione si concluse il 7 novembre con la completa repressione del movimento e l’annientamento dei ribelli. A metà degli anni 20 l’Italia era impegnata a consolidare la propria influenza nelle regioni della Somalia, ancora non del tutto integrate nel sistema coloniale. La scintilla del conflitto fu il rifiuto di Mohamed Nur di negoziare con le autorità italiane, che miravano a consolidare il proprio dominio su aree ancora parzialmente autonome. In risposta alla sua opposizione, il governo inviò il maresciallo Aldo Fiorina dei Carabinieri Reali di Merca, scortato da un piccolo contingente di Zaptié, con l’ordine di arrestare lo sceicco. Tuttavia, al suo arrivo presso la moschea locale, Fiorina fu assalito e ucciso insieme a tre uomini della sua scorta. L’episodio, considerato un affronto diretto al potere coloniale, scatenò la reazione immediata del governatore Cesare Maria De Vecchi, che ordinò un intervento militare su larga scala. Il comando delle operazioni fu affidato al Capitano Giurati, alla guida di 230 uomini tra Ascari e Zaptié, supportati dall’artiglieria da montagna del Capitano Fiore. I ribelli si rifugiarono all’interno della moschea, pronti a difendersi fino alla fine. A questo punto le truppe italiane circondarono la moschea, bloccando ogni via di fuga in attesa di rinforzi. Il 30 ottobre, la colonna di Giurati diede inizio a un intenso bombardamento dell’edificio sacro. Prima dell’attacco finale, donne e bambini furono fatti evacuare, mentre gli uomini rimasti decisero di resistere. La resistenza dei somali fu accanita e disperata. Solo quando le munizioni terminarono, le forze italiane riuscirono a penetrare nella moschea. Il bilancio fu pesante: otto italiani morti, venti feriti e oltre duecento caduti tra i ribelli. Mohamed Nur, sfuggito miracolosamente alla presa della moschea, si diede alla macchia con un manipolo di fedelissimi. La sua fuga durò pochi giorni: il 7 novembre fu individuato nei pressi di Fidarot, dove venne circondato e ucciso insieme ai suoi uomini da un reparto di Zaptié. Con la sua morte, la rivolta fu definitivamente soffocata.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI DANANEIl campo di concentramento di Danane fu istituito dal regime fascista italiano tra il 1935 e il 1941 nella Somalia italiana, su iniziativa del governatore Rodolfo Graziani, durante la campagna coloniale contro l’Etiopia avviata nell’ottobre 1935. A partire dal 1936, divenne uno dei principali luoghi di internamento e di lavoro forzato per ufficiali inferiori, semplici soldati, oppositori politici e membri dell’amministrazione statale etiope, ma anche molti civili in seguito alla repressione messa in atto dopo il fallito attentato a Rodolfo Graziani del 19 febbraio 1937. Si stima che alla fine dello stesso anno il campo raggiunse il limite di capacità previsto, ovvero 2.500 reclusi. A causa delle terribili condizioni di vita, Danane è stato descritto da diversi studiosi anche come un "campo di sterminio". Le fonti storiche parlano infatti di un tasso di mortalità estremamente elevato, che si aggirava intorno al 51%. Il clima tropicale si rivelò particolarmente insostenibile per i prigionieri etiopi, abituati a vivere negli altopiani dal clima temperato. Le malattie più diffuse sono la malaria e la polmonite, e la maggior parte dei detenuti soffrì anche di gravi problemi gastrointestinali. L’assenza di acqua potabile spinse molti a bere acqua di mare, peggiorando ulteriormente le loro condizioni. Imru Zelleke imprigionato all'età di 12 anni ricorda che: “Fuori del campo c'era una tenda isolata chiamata lazzareto. Serviva come luogo per i moribondi che non potevano più aver cura di se stessi. Erano semplicemente lasciati là, a morire. Io ed una giovane infermiera eravamo gli unici a dare loro cibo ed acqua. Pochi resistevano più di due o tre giorni prima di morire”. Inoltre all’interno del campo era presente un settore per le punizioni, gli interrogatori e le torture. Gli internati venivano puniti anche solo per minimi errori commessi durante lo svolgimento dei lavori di routine nel campo; spesso dovuti alla loro debolezza fisica. Tuttavia, le punizioni potevano essere inflitte anche semplicemente a causa del cattivo umore delle guardie. Una forma di punizione consisteva nell'appendere i prigionieri a un muro senza poter toccare terra. Il campo venne liberato dalle truppe inglesi il 18 marzo 1941, circa 1.000 etiopi e 300 somali furono rilasciati.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI MOGADISCIONel contesto delle operazioni militari condotte nell’Ogaden nell’aprile del 1936, le truppe della Divisione Libia, sotto il comando del generale Guglielmo Ciro Nasi, catturarono circa 500 individui. I prigionieri furono successivamente trasferiti nel campo di detenzione allestito a Mogadiscio, all’epoca sotto controllo italiano. Ulteriori testimonianze, tra cui quella di Ato Zena Oda, allora impiegato come traduttore presso il Ministero della Guerra, indicano che al medesimo campo furono destinati anche numerosi civili arrestati ad Addis Abeba. Tra questi vi erano donne, bambini, religiosi e anziani, vittime delle misure repressive attuate dalle autorità italiane durante l’occupazione.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI ASSABIl campo di Assab fu inizialmente istituito durante il periodo dell’Italia liberale, tra giugno 1898 e febbraio 1899, come colonia penale e di lavoro forzati destinata ai prigionieri politici italiani. Successivamente, con l’avvento del regime fascista, il campo fu riattivato e trasformato in un luogo di internamento per italiani ed eritrei. In particolare, durante la fase di preparazione della guerra d’aggressione contro l’Etiopia, Assab venne utilizzato nell’ambito delle cosiddette “campagne speciali di rieducazione sociale”. In questa fase, vi furono rinchiusi anche operai civili italiani, parte dei circa 63.000 lavoratori impiegati nella costruzione delle infrastrutture militari necessarie al conflitto. Lo storico Angelo Del Boca riporta una testimonianza significativa di Guido Battaglini, responsabile dell’Ufficio operai del governo di Asmara. Riferendosi a un gruppo di lavoratori accusati di simpatie marxiste e di proteste contro il durissimo orario di dieci ore al giorno per sette giorni a settimana, Battaglini affermò: “Li avevo visti pallidi come morti quando li ho minacciati di mandarli a lavorare ad Assab, che era un campo di concentramento per quei pochi che abbandonavano il lavoro, si ubriacavano abitualmente o, comunque, si mostravano riottosi”. Oltre agli operai, molti eritrei che si opponevano al dominio coloniale italiano furono internati nei campi di concentramento di Nocra e Assab, in quanto considerati elementi pericolosi per l’ordine coloniale.
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PRIGIONE DI ADI CAIEHIl campo venne realizzato nell’ottobre del 1935, durante l’avanzata militare italiana in Etiopia. Secondo le direttive militari, la struttura era destinata ad accogliere i prigionieri in transito, insieme al personale e ai mezzi dell’intendenza, per consentire loro di ricevere viveri, riposare per la notte o affrontare eventuali difficoltà logistiche prima di proseguire il trasferimento. I prigionieri erano destinati al trasferimento verso il campo di concentramento definitivo, situato a Nocra. Il campo fu ufficialmente dismesso il 25 maggio 1936, ma alcuni prigionieri vi rimasero detenuti anche dopo tale data, in attesa di essere trasferiti al campo principale di Nocra.
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PRIGIONE DI NOCRAIl campo di Nocra fu il principale campo di prigionia italiano in Eritrea e, a partire dal 1936, divenne il più grande dell’intera Africa Orientale Italiana. Realizzato nel 1887, rimase attivo fino al 1941, quando venne chiuso dalle forze britanniche. Il campo si trovava sull’isola di Nocra, parte dell’arcipelago di Dahlak, a circa 55 chilometri dalla città di Massaua. Nel corso della sua attività, ospitò tra i 500 e i 1.800 prigionieri, una cifra significativa se si considera che, all’epoca, la popolazione totale dell’Eritrea era inferiore ai 200.000 abitanti. Lo storico italiano Angelo Del Boca ha descritto Nocra come un "campo di sterminio", sottolineando le condizioni disumane in cui vivevano i detenuti. È diventato così un simbolo dell'oppressione coloniale italiana, con un tasso di mortalità del 58%. Del Boca lo ha definito "il più terribile e allo stesso tempo il meno conosciuto di tutti i campi di concentramento italiani". Il generale Saletta scelse la località di Nocra per allestire la prigione proprio per la sua distanza dalla terraferma. Questo isolamento totale non solo avrebbe scoraggiato le fughe, ma garantiva anche una maggiore segretezza sui metodi di coercizione utilizzati. Il clima torrido africano, che spesso toccava addirittura i 50 °C, rendeva il problema delle forniture e dell'approvvigionamento dell'acqua essenziale. L'acqua potabile per le autorità italiane giungeva tramite delle bettoline dalla terraferma. Mentre i prigionieri si rifornivano da un pozzo presente nel campo, da cui si estraeva prevalentemente acqua salmastra e in quantità limitata. Il sole cocente e la scarsità d'acqua diventavano strumenti di punizione. Inoltre, i detenuti erano costretti a lavorare nelle cave di pietra, il cui prodotto veniva trasportato a Massaua per lavori stradali. Inizialmente, il carcere accoglieva comuni criminali, ma in seguito iniziarono a essere reclusi anche politici indigeni, come i capi tribù che rifiutavano la dominazione italiana. Dal 1935, dopo l'occupazione dell'Etiopia, il campo accolse principalmente soldati e funzionari abissini, e più tardi guerrieri catturati durante le varie operazioni repressive. Uno specchio di ciò che avveniva in quel campo di sterminio ci è giunto dalla descrizione del capitano Finzi che visitò il campo nel 1902, raccontava la situazione in questi termini:« i detenuti, coperti di piaghe causate da insetti, muoiono lentamente di fame, scorbuto e altre malattie. Non un medico per curarli, 30 centesimi pel loro sostentamento, inscheletriti, luridi, in gran parte hanno perduto l'uso delle gambe ridotti come sono a vivere costantemente sul tavolato alto un metro dal suolo.»
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ESECUZIONI SOMMARIE IN ERITREASi registrarono numerose eliminazioni fisiche dei notabili eritrei, compiute con finalità di lucro e come misura di repressione contro eventuali rivolte. Le truppe coloniali inflissero sevizie e torture nelle prigioni, aggravando ulteriormente le condizioni dei detenuti. Dario Livraghi, capo della polizia indigena in Eritrea, accusò apertamente i governatori Baldissera e Orero di aver ordinato l’eliminazione di intere bande di soldati abissini, precedentemente arruolati dall’esercito italiano e sospettati di preparare diserzioni.
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PRIGIONE DI ASMARALa Prigione di Asmara fu utilizzata nel febbraio 1937 come campo di transito per centinaia di membri dell'élite etiope, arrestati dalle autorità coloniali italiane nel contesto della repressione successiva all'attentato contro il viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani. I deportati furono trasferiti da Addis Abeba ad Asmara a bordo di camion scoperti, in condizioni di detenzione e trasferimento particolarmente dure. Nel campo rimasero temporaneamente prima di essere trasferiti a Massaua, dove vennero imbarcati verso l'Italia. La struttura costituì quindi una tappa del sistema di deportazione organizzato dalle autorità coloniali italiane contro esponenti dell'élite etiope, attraverso il quale gli internati venivano allontanati dal territorio dell'Etiopia e trasferiti nella colonia eritrea e successivamente in Italia.