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Titolo (Dublin Core)
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI VISCO
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Descrizione (Dublin Core)
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Il campo di concentramento di Visco, nell'omonimo Comune in provincia di Udine, fu attivo dal 20 febbraio all'8 settembre 1943. Si trattò di una delle strutture pensate specificamente in connessione con l'invasione della Jugoslavia (6 aprile 1941), assieme a Rab/Arbe, Gonars, Mamula, Monigo presso Treviso e altri lager, per cui transitarono decine di migliaia di jugoslavi dalle aree occupate militarmente dall'Italia (Provincia di Lubiana, Croazia, Montenegro), principalmente sospettati di simpatie partigiane. La Resistenza armata incontrata dalle politiche di occupazione italiane portò le autorità militari fasciste a rispondere con la Circolare 3C (1° marzo 1942), che prevedeva rappresaglie massicce sulla popolazione civile e "riempì" i campi di concentramento con intere famiglie di resistenti, sospetti o potenziali tali. Lo spazio, esteso 180.000 metri quadrati ai margini del paese, era già stato utilizzato dagli italiani come ospedale durante la Grande Guerra (vi morirono circa 600 soldati, anche austriaci) e, dopo Caporetto, come rifugio per 400 profughi del Piave; nel 1941 divenne caserma di appoggio all'invasione della Jugoslavia condotta dal fascismo assieme a tedeschi, ungheresi e bulgari, prima di trasformarsi, dal febbraio al settembre 1943, in campo di internamento per serbi, croati, bosniaci e montenegrini. Nonostante la sua breve durata operativa rispetto ai più noti Rab e Gonars, il campo ospitò svariate migliaia di internati, con punte di 4.500 prigionieri contemporaneamente reclusi; una particolarità di Visco fu l'afflusso, oltre che di sloveni della Provincia di Lubiana e croati della regione di Fiume, di alcune centinaia di cittadini croati, bosniaci e montenegrini evacuati dai campi di Mamula e Prevlaka in Montenegro, per la progressiva perdita di controllo del territorio da parte dell'esercito italiano in crisi, conferendo a Visco un carattere più marcatamente "jugoslavo" rispetto ad altri campi. La struttura era composta da edifici in muratura in gran parte preesistenti, integrati con alcune centinaia di baracche di legno lunghe circa 40 metri e una ventina di tende, il tutto circondato da filo spinato alto 4-5 metri con postazioni di guardia sorvegliate da soldati. Le condizioni di vita erano dure: il cibo era scarso, le famiglie (circa quattro per baracca) vivevano separate da lenzuoli appesi, e i bambini raccoglievano avanzi di cibo tra i rifiuti; un capitano medico fece appello alle mamme del Goriziano per ottenere latte in polvere per i circa 150-200 bambini presenti. Tra gli internati vi fu il poeta e traduttore sloveno Igo Gruden, autore di diciannove poesie scritte nel campo poi raccolte nel volume bilingue "Sognando la libertà - Sanje o svobodi"; sopravvisse al campo anche il cantante Sergio Endrigo. I carcerieri erano tra i 400 e i 600. Tra le testimonianze raccolte figura quella di Miljenko Kukuljan, deportato bambino il 3 marzo 1943 insieme a circa 205 compaesani di Kukuljane, Brneliće e Zoretiće (presso Grobnik, vicino Fiume), come rappresaglia per l'uccisione di soldati italiani da parte dei partigiani; prima della deportazione gli uomini del villaggio erano stati separati da donne e bambini con l'intenzione di fucilarli, poi scongiurata dall'intervento di un ufficiale. Dopo la capitolazione italiana dell'8 settembre 1943, quando il campo venne liberato, 350 prigionieri non erano in grado di uscire con le proprie gambe; il complesso fu poi utilizzato come deposito dalla Wehrmacht (1943-1945) e, nel dopoguerra, come caserma dell'esercito italiano fino al 1996, prima di passare in gestione al Comune di Visco nel 2001. A differenziare Visco dagli altri campi è lo stato di conservazione: mentre di Rab e Gonars restano oggi poche tracce (rispettivamente il cimitero monumentale sull'isola croata e il sacrario jugoslavo nel cimitero di Gonars), a Visco la struttura è arrivata in condizioni relativamente buone, grazie soprattutto all'impegno dello storico locale Ferruccio Tassin, che dagli anni Novanta ha sensibilizzato l'opinione pubblica e internazionalizzato la questione, coinvolgendo tra gli altri lo scrittore sloveno Boris Pahor; nel 2010 l'area è stata sottoposta a vincolo della Sovrintendenza dei Beni culturali. Recenti progetti hanno inserito Visco, insieme a Gonars e alla Caserma "Piave" di Palmanova (luogo di torture durante l'occupazione nazista), nell'iniziativa Museo diffuso della Resistenza del Friuli Venezia Giulia, prevedendo però un recupero solo parziale (un solo edificio su una ventina destinato a museo).
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Data (Dublin Core)
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20 febbraio 1943 – 8 settembre 1943
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Posizione Geografica (Dublin Core)
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Visco, Italia
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Tipologia (Dublin Core)
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Campo di internamento
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Fonte (Dublin Core)
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K. Canalaz, "Memoria e oblio, cosa rimane del campo di internamento fascista di Visco", Novi Matajur (Consultato online); F. Tenca Montini, "Visco, il campo di concentramento fascista per prigionieri jugoslavi", Patria Indipendente (Consultato online).
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Citazione bibliografica (Dublin Core)
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K. Canalaz, "Memoria e oblio, cosa rimane del campo di internamento fascista di Visco", Novi Matajur, 13 novembre 2024, https://novimatajur.it/home/memoria-e-oblio-cosa-rimane-del-campo-di-internamento-fascista-di-visco.html; F. Tenca Montini, "Visco, il campo di concentramento fascista per prigionieri jugoslavi", Patria Indipendente (ANPI), 6 febbraio 2025, https://www.patriaindipendente.it/servizi/visco-il-campo-di-concentramento-fascista-per-prigionieri-jugoslavi/.
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Contesto storico (Crimini di guerra italiani)
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Occupazione italiana della Jugoslavia e del Montenegro (1941-1943)
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Responsabili (Crimini di guerra italiani)
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Autorità militari fasciste italiane (rappresaglie ex Circolare 3C); amministrazione del campo (comandanti non specificati nel testo); in seguito, occupazione della struttura da parte della Wehrmacht (1943-1945).
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Vittime (Crimini di guerra italiani)
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Fino a 4.500 prigionieri contemporaneamente reclusi, in gran parte sloveni della Provincia di Lubiana, croati della regione di Fiume, e croati/bosniaci/montenegrini evacuati da Mamula e Prevlaka; 25 morti accertati, per lo più persone giunte già in gravi condizioni da altri campi (soprattutto Rab); alla liberazione (8 settembre 1943).
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