Occupazione della Jugoslavia e Montenegro
Con l'invasione della Jugoslavia nell'aprile 1941 le forze dell'Asse aprirono un nuovo, drammatico capitolo della repressione militare italiana in Europa. Il Regno d'Italia occupò ampie porzioni del territorio balcanico, annettendo la provincia di Lubiana, Spalato e Cattaro, ampliando le province di Fiume e Zara e assumendo il controllo del Montenegro. L'occupazione fu caratterizzata da una crescente radicalizzazione della repressione contro la popolazione civile, soprattutto in risposta al movimento partigiano jugoslavo, che godeva di un ampio sostegno tra le comunità locali. La violenza non fu il risultato di iniziative isolate di singoli comandanti, ma si inserì in una precisa strategia elaborata dai vertici militari.
Emblematica di questa strategia fu la Circolare 3C, emanata il 1º marzo 1942 dal generale Mario Roatta, comandante della II Armata, che definiva le modalità della repressione in Slovenia e Dalmazia: incendio e demolizione di abitazioni e villaggi, internamento di famiglie e intere comunità rurali, presa di ostaggi, confisca del bestiame e distruzione delle proprietà delle popolazioni sospettate di sostenere i partigiani. Gli abitanti delle località colpite da attentati venivano considerati corresponsabili e sottoposti a rappresaglie, comprese le fucilazioni di ostaggi, secondo la formula del passaggio dal «dente per dente» al «testa per dente». L'applicazione di queste direttive si tradusse in rastrellamenti, incendi di villaggi, saccheggi, fucilazioni sommarie e deportazioni di massa, al punto che la popolazione locale giunse a soprannominare il soldato italiano palikuća («incendiario»).
Un ulteriore strumento repressivo fu l'internamento sistematico della popolazione civile. Il 23 febbraio 1942 Lubiana venne completamente circondata da un reticolato di filo spinato per isolarla dalla resistenza partigiana; secondo alcune fonti slovene circa 35.000 abitanti furono arrestati e deportati nei mesi successivi, in quella che parte della storiografia ha definito una vera e propria "pulizia etnica" volta alla snazionalizzazione dei territori slavi. Le autorità italiane istituirono una vasta rete di campi di concentramento, tra cui Arbe (Rab), Melada, Mamula e Prevlaka nei territori occupati, e Gonars, Visco, Monigo, Chiesanuova e Renicci d'Anghiari in territorio italiano. Il campo di Arbe fu tra i più duri: le condizioni igienico-sanitarie e la scarsità di viveri causarono tra 3.500 e 4.500 vittime. Nel complesso, gli jugoslavi internati nei campi italiani oscillarono tra 100.000 e 150.000.
Pratiche analoghe furono adottate anche in Montenegro e in Grecia, dove la lotta alla guerriglia assunse i contorni di eccidi, incendi di villaggi e deportazioni, come nel massacro di Domenikon (16 febbraio 1943), in cui il generale Cesare Benelli ordinò la fucilazione di circa 200 abitanti in rappresaglia per un attacco partigiano — episodio seguito da analoghe rappresaglie a Servia, Neapoli, Domokos, Farsala e Oxynia.
In questa sezione sono raccolti gli episodi documentati nel database relativi alla repressione italiana in Jugoslavia e Montenegro. Attraverso le singole schede e la rappresentazione cartografica è possibile osservare la distribuzione geografica degli eventi e metterli in relazione con il contesto storico e territoriale nel quale si verificarono.