Brigantaggio postunitario

All'indomani della spedizione dei Mille, negli ambienti politici del nuovo Regno d'Italia si diffuse la convinzione che il ritardo economico e sociale del Mezzogiorno fosse riconducibile al governo borbonico, e che la sua caduta avrebbe favorito una rapida modernizzazione. Tali aspettative furono presto ridimensionate: l'estensione dell'ordinamento amministrativo piemontese, con nuove imposte e la coscrizione obbligatoria, suscitò un diffuso malcontento tra la popolazione rurale, già gravata da povertà. In questo contesto si svilupparono rivolte contadine, sostenute in alcuni casi dal clero, dalle comunità locali e dai sostenitori della restaurazione borbonica, che assunsero progressivamente i caratteri di un conflitto civile di ampia portata, alimentando bande irregolari composte da ex militari borbonici, contadini e disertori.

Le autorità del nuovo Regno lessero il fenomeno prevalentemente in termini di criminalità comune, orientando la risposta verso una soluzione essenzialmente militare. Emblematica di questo atteggiamento è la frase attribuita al generale Enrico Cialdini, che avrebbe definito il Mezzogiorno con le parole: «Questa è Africa! Altro che Italia! I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono latte e miele» — un accostamento che la storiografia ha messo in relazione con le successive campagne coloniali italiane. Nell'agosto 1863 il Parlamento approvò la legge 15 agosto 1863, n. 1409, nota come legge Pica, che introdusse un regime straordinario di pubblica sicurezza: estensione della giurisdizione dei tribunali militari, limitazione delle garanzie individuali, possibilità di stato d'assedio e pene fino alla fucilazione per chi opponesse resistenza armata. Giuseppe Garibaldi si oppose criticamente a questa impostazione, sostenendo che il brigantaggio fosse anche espressione del disagio sociale del Mezzogiorno e che alla repressione militare andassero affiancati interventi economici e sociali; le sue proposte non trovarono tuttavia accoglimento.

Tra gli episodi più controversi vi fu l'eccidio di Pontelandolfo e Casalduni (agosto 1861): dopo l'occupazione dei due centri da parte della banda di Cosimo Giordano e la morte di un ufficiale e quarantaquattro soldati italiani, il generale Cialdini ordinò la distruzione dei paesi. Le truppe al comando del tenente colonnello Negri e del maggiore Melegari incendiarono gli abitati; diverse fonti riferiscono inoltre esecuzioni sommarie, saccheggi e violenze sessuali contro la popolazione civile, sintetizzate nel dispaccio di Negri a Cialdini: «giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni». Episodi analoghi si verificarono a Ruvo del Monte (agosto 1861), dove il maggiore Davide Guardi rispose all'uccisione di alcuni notabili con rastrellamenti e fucilazioni sommarie, e nella rivolta di Castellammare del Golfo (gennaio 1862), soffocata con numerose esecuzioni sommarie.

Le operazioni, condotte con un impiego di forze oscillante tra i 100.000 e i 120.000 soldati, coinvolsero circa quattrocento bande e circa 80.000 aderenti complessivi; le stime sulle vittime restano controverse, da 13.853 persone coinvolte secondo Franco Molfese fino a cifre nettamente superiori secondo altre fonti coeve. Tra il 1864 e il 1865 i principali capi briganti, tra cui Giuseppe Nicola Summa (Ninco Nanco) e Carmine Crocco, furono uccisi, catturati o condannati, segnando il progressivo esaurimento del fenomeno. Il Mezzogiorno rimase tuttavia interessato da episodi di forte instabilità, come i moti di Palermo del settembre 1866, repressi dal generale Raffaele Cadorna con un massiccio impiego della forza militare che causò centinaia di vittime, in larga parte civili.

In questa sezione sono raccolti gli episodi documentati nel database relativi alla repressione del brigantaggio postunitario. Attraverso le singole schede e la rappresentazione cartografica è possibile osservare la distribuzione geografica degli eventi e metterli in relazione con il contesto storico e territoriale nel quale si verificarono.

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