Africa coloniale
Nella seconda metà dell'Ottocento l'espansione coloniale europea conobbe una forte accelerazione, alimentata dalla competizione tra le potenze per il controllo dei territori africani — lo Scramble for Africa. Anche il Regno d'Italia, da poco unificato, cercò di inserirsi in questo processo, individuando nell'Africa orientale, per la sua posizione strategica sul Mar Rosso, la prima direttrice della propria politica coloniale, sostenuta tanto dalla Destra storica quanto dalla Sinistra storica, da Depretis a Crispi.
Fu l'acquisto della baia di Assab da parte della società Rubattino (1869), passata nel 1882 sotto il controllo diretto dello Stato, a segnare l'avvio ufficiale della colonizzazione. L'espansione lungo la costa eritrea incontrò presto una dura resistenza, culminata nella sconfitta di Dogali (1887) e, soprattutto, nel disastro di Adua (1º marzo 1896), dove l'esercito etiope di Menelik II travolse il corpo di spedizione italiano, causando quasi 8.000 caduti e ponendo fine al progetto espansionistico di Crispi. Già in questa fase pionieristica il dominio coloniale si fondò su strumenti repressivi sistematici — tribunali militari straordinari, esecuzioni sommarie, deportazioni — e su un sistema di campi di detenzione, tra cui quello di Nocra, attivo dal 1887 al 1941 sull'arcipelago delle Dahlak, dove i detenuti erano sottoposti a lavori forzati, razioni d'acqua salmastra e condizioni climatiche estreme. Lo scandalo Livraghi (1891), che portò all'apertura di un'inchiesta parlamentare sulle torture e le esecuzioni sommarie commesse dalla polizia coloniale a Massaua, mostrò come la violenza fosse un tratto strutturale, e non episodico, dell'amministrazione italiana.
Con l'avvento del fascismo la politica coloniale assunse un carattere sempre più aggressivo. Nella riconquista della Libia, guidata da Rodolfo Graziani e Pietro Badoglio, la repressione della resistenza senussita guidata da Omar al-Mukhtar portò, tra il 1929 e il 1931, alla deportazione forzata di circa 100.000 abitanti della Cirenaica in una rete di campi di concentramento (tra cui Marsa el Brega, Soluch, El Agheila), dove le stime indicano circa 40.000 vittime; una repressione che una parte della storiografia, in particolare Angelo Del Boca, ha definito dai caratteri genocidari. Parallelamente, in Somalia, il governatore Cesare Maria De Vecchi condusse tra il 1923 e il 1927 una violenta campagna di disarmo delle popolazioni locali, con distruzione di villaggi e centinaia di vittime, culminata nella repressione della rivolta di El Hagi (1926).
La fase più drammatica si consumò durante la guerra d'Etiopia (1935-1936), quando Mussolini autorizzò l'uso sistematico di bombe all'iprite contro le forze e la popolazione etiopi, in violazione della Convenzione di Ginevra. Dopo la conquista di Addis Abeba (maggio 1936), l'attentato contro il viceré Graziani (febbraio 1937) scatenò una violentissima rappresaglia — la cosiddetta «caccia al moro» — e il massacro di Debra Libanos, in cui furono uccisi circa mille religiosi. Le stime complessive delle vittime dell'occupazione italiana in Etiopia restano oggetto di controversia storiografica, oscillando tra le 200.000 e le 750.000 a seconda delle fonti.
In questa sezione sono raccolti gli episodi documentati nel database relativi alla repressione coloniale italiana in Africa. Attraverso le singole schede e la rappresentazione cartografica è possibile osservare la distribuzione geografica degli eventi e metterli in relazione con il contesto storico e territoriale nel quale si verificarono.