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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI SCOGLIO CALOGERO (OŠLJAK)In seguito all'ampliamento della Provincia di Zara nel 1941, l'isola venne incorporata nei territori sottoposti all'amministrazione italiana e assunse ufficialmente la denominazione di «Scoglio Calogerà», derivata dal nome della famiglia che vi possedeva alcuni terreni e che era probabilmente di origine veneziana. La popolazione locale continuò invece a utilizzare il nome «Lazaret», legato alla precedente funzione dell'isolotto come stazione di quarantena per le imbarcazioni. Durante l'occupazione italiana, Ošljak fu destinato all'internamento di persone considerate politicamente ostili. Il campo, istituito per disposizione del comando del VI Corpo d'Armata, risulta attivo almeno dal 15 maggio 1942, data riportata nell'intestazione della relativa scheda, anche se la documentazione presenta un'incongruenza cronologica e indica il 1941 nel corpo del testo. Tale discrepanza richiede pertanto un'ulteriore verifica documentaria. I primi dati disponibili attestano una presenza molto limitata di internati: il 24 giugno risultavano detenute otto persone, accusate di attività politiche antitaliane o di appartenenza comunista. La struttura acquisì una consistenza maggiore nel corso del 1942 e del 1943. Il 29 dicembre 1942 erano presenti 129 internati, anche in seguito al trasferimento di 110 persone provenienti dal vicino campo di Molat (Melada), avvenuto nel novembre precedente. Il numero aumentò ulteriormente nei mesi successivi, raggiungendo 180 internati il 1° maggio 1943, suddivisi in 132 uomini e 48 donne. Dal punto di vista confessionale, la popolazione comprendeva 109 cattolici, 63 ortodossi, sette musulmani e una persona di religione ebraica. La progressiva riduzione della presenza italiana nei territori occupati comportò anche il trasferimento degli internati verso strutture situate nella penisola. Nel maggio 1943 venne quindi programmato lo sgombero del campo e il trasferimento degli internati a Visco, in provincia di Udine. L'operazione subì tuttavia dei ritardi: ancora il 1° giugno risultavano presenti 175 persone, mentre nel mese successivo il numero si era ridotto a soli dieci internati, otto uomini e due donne.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI ZLARINO (ZLARIN)Il campo di concentramento di Zlarino fu una struttura di internamento istituita dalle autorità militari italiane nel marzo 1943 per la detenzione di uomini definiti nelle disposizioni ufficiali come «ex jugoslavi». La sua istituzione si inseriva nella decisione del XVIII Corpo d'armata, con sede a Spalato (Split) e allora comandato dal generale Quirino Armellini, di procedere all'evacuazione preventiva degli uomini di età superiore ai quindici anni dalla zona occupata attorno a Sebenico (Šibenik). Il provvedimento prevedeva inoltre l'internamento dei cosiddetti «prigionieri politici e delle loro famiglie». Il campo venne realizzato sull'isola di Zlarino, entrata a far parte della provincia italiana di Zara nel maggio 1941, in precedenza già annessa all'Italia nel 1920. La struttura sorse presso Capo Marino, in un'area caratterizzata da terreno roccioso e privo di vegetazione, occupando una superficie di circa 6.400 m² e con una capacità prevista di circa 1.000 internati. I lavori e l'organizzazione del campo furono affidati alla 1ª Divisione di Cavalleria «Eugenio di Savoia», dislocata a Sebenico. La gestione della struttura fu affidata inizialmente al tenente Gino Di Rosa, comandante della 173ª Sezione Carabinieri della divisione, che rimase in carica fino al 14 aprile 1943. A quella data gli subentrò il tenente colonnello Umberto Ransava, appartenente alla 15ª Divisione «Bergamo», che mantenne il comando sino alla soppressione del campo. La sorveglianza era assicurata da circa 120 militari e 20 carabinieri. In relazione alla condotta di Ransava, un rapporto trasmesso all'International Tracing Service e fondato su testimonianze italiane formulò accuse di particolare durezza nei suoi confronti, riportandone tuttavia il nome in forma erronea («Umberto Pansoya»). Il campo entrò effettivamente in funzione il 25 marzo 1943, con l'arrivo dei primi 50 internati provenienti da Muć e dai territori circostanti. La struttura ebbe tuttavia un'esistenza molto breve e venne definitivamente chiusa il 15 giugno 1943, dopo appena tre mesi di attività.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI MELADAIl campo di concentramento di Molat fu un campo per l'internamento civile istituito dall'Italia fascista sull'isola di Melada (Molat), subordinato al Ministero dell'Interno italiano. Fu attivo dal 30 giugno 1942 all'8 settembre 1943 e, come i campi di Gonars e Arbe (Rab), fu utilizzato principalmente per l'internamento di sloveni, croati e serbi, nel quadro della politica di "italianizzazione" della Dalmazia annessa. Secondo la targa commemorativa del campo, composto da cinque baracche, vi transitarono complessivamente circa 20.000 detenuti civili, di cui circa 1.000 morirono per le condizioni disumane di vita nel campo o furono fucilati per rappresaglia contro gli attacchi partigiani. I dati mensili sul numero di detenuti presenti mostrano un andamento crescente nei primi mesi e poi in progressivo calo: 223 a giugno 1942, 1.320 a luglio, 2.337 ad agosto, 2.300 a settembre, 2.200 a novembre, 2.400 a dicembre 1942, 1.627 a gennaio 1943, 1.500 a febbraio 1943.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI ARBEIl campo di concentramento di Arbe, istituito dal comando della Seconda Armata italiana nel luglio 1942, sorse presso Kampor (Campora), sull'isola di Arbe (Rab), nel Carnaro. La necessità di predisporre una struttura di grandi dimensioni era stata individuata già nel maggio dello stesso anno, quando i campi di Laurana, Buccari e Porto Re risultavano ormai saturi. Il primo gruppo di internati, costituito da 198 sloveni provenienti da Lubiana, giunse a Kampor il 28 giugno 1942; nei primi giorni di agosto si registrò invece un afflusso particolarmente consistente, con 4.747 persone trasferite nel campo tra il 3 e il 9 agosto. Dei quattro settori inizialmente previsti ne furono completati tre. Il primo e il terzo furono destinati prevalentemente agli internati classificati come «repressivi», in gran parte sloveni, mentre il secondo accolse soprattutto internati ebrei: oltre 3.500 persone che avevano trovato rifugio nei territori sotto controllo italiano per sottrarsi alle persecuzioni e alle deportazioni condotte dalle autorità ustascia. La popolazione del campo raggiunse la massima consistenza nel dicembre 1942, quando si registrarono circa 21.000 internati. Le condizioni di vita all'interno del campo erano estremamente precarie, a causa della scarsità di viveri, dell'insufficienza delle strutture igieniche e della carenza di ripari adeguati. Durante una violenta tempesta verificatasi nella notte del 29 ottobre 1942, circa 400 tende furono distrutte e morirono annegati alcuni bambini. Anche il trattamento disciplinare degli internati fu caratterizzato da pratiche coercitive: il comandante del campo, il colonnello dei Carabinieri Vincenzo Cuiuli, fece ricorso, tra l'altro, all'incatenamento dei prigionieri ai pali come forma di punizione, in violazione delle disposizioni previste dalla normativa italiana. L'elevata mortalità costituisce uno degli aspetti maggiormente discussi nella storiografia sul campo. Le stime delle vittime risultano infatti divergenti: il vescovo di Veglia, Josip Srebrnič, comunicò a papa Pio XII una cifra superiore ai 3.500 morti, comprendente circa 100 bambini al di sotto dei dieci anni, mentre le fonti slovene indicano generalmente circa 1.400 vittime. Tra gli storici, Tone Ferenc, Ivan Kovačić e Božidar Jezernik hanno proposto rispettivamente le cifre di 1.435, 1.447 e 1.167 decessi. Nel novembre 1942, inoltre, il vescovo di Lubiana Gregorij Rožman si recò da Pio XII per richiamare l'attenzione sulle condizioni degli internati; in seguito agli interventi diplomatici della Santa Sede, quasi tutte le donne e i bambini furono trasferiti in altri campi presenti sul territorio italiano, soprattutto a Gonars. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il campo venne occupato dalle forze partigiane jugoslave. Gli internati ebrei liberati furono in parte organizzati in un'unità militare che partecipò alla lotta al fianco dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia.
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MASSACRO DI PRIMOSTENl 13 novembre 1942 i partigiani tesero un'imboscata a un convoglio di autocarri italiani nei pressi di Primošten, uccidendo 14 soldati italiani, ferendone 7 e catturandone 6. Tre giorni dopo le forze italiane ordinarono rappresaglie contro la popolazione civile. Il 16 novembre 1942 le truppe italiane circondarono Primošten e bombardarono indiscriminatamente il villaggio con artiglieria da terra e da mare e con tre aerei, per quattro ore, causando numerose vittime civili e gravi danni. Dopo il bombardamento, la fanteria italiana entrò nel villaggio sparando o colpendo con la baionetta diversi civili di sesso maschile, separati da donne e bambini. Le case rimaste furono incendiate e saccheggiate, altre minate con bombe a mano, uccidendo civili, compresi bambini, che tentarono in seguito di farvi ritorno. Circa 300 abitazioni furono distrutte o danneggiate. Anche i villaggi vicini furono incendiati e saccheggiati; 200 civili furono arrestati e deportati nel campo di concentramento di Vodice. Nel 2007 è stata rinvenuta, nella grotta di Digova presso il villaggio di Široke, una fossa comune contenente i resti di 50 vittime del massacro.
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L'ECCIDIO NELLA PROVINCIA DI FIUMECon proclama del Prefetto di Fiume Temistocle Testa, furono internati i componenti delle famiglie di presunti aderenti alle formazioni partigiane, le loro case rase al suolo, i beni confiscati e 20 componenti delle famiglie, estratti a sorte, fucilati per rappresaglia contro gli atti dei ribelli.
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L'ECCIDIO A LUBIANALa repressione italiana nella città di Lubiana raggiunse una particolare intensità già nel marzo 1942, quando le truppe italiane procedettero alla fucilazione di 102 ostaggi. La pratica delle esecuzioni extragiudiziali proseguì nei mesi successivi: tra la fine di aprile 1942 e la fine di gennaio 1943 furono giustiziati, al di fuori dei normali procedimenti giudiziari, 145 ostaggi suddivisi in 21 gruppi. Di questi, 121 furono fucilati presso la cava abbandonata di Gramozna jama, nelle vicinanze di Lubiana. Le vittime venivano individuate tra detenuti e civili, senza che fosse stata necessariamente accertata una responsabilità individuale per gli episodi di sabotaggio. Le esecuzioni venivano motivate dall'accusa di essere «attivisti comunisti» non identificati entro le 48 ore successive ai fatti.
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ECCIDIO DI LOGATECIl commissario civile Rosin del distretto di Longatec descrisse la condotta barbara dei soldati stanziati nella zona: "Si procede ad arresti, ad incendi ed a fucilazioni senza un perché positivo. [...] Nei paesi avvengono scene veramente orrende e pietose di donne, uomini e bambini che si trascinano in ginocchio davanti ai nostri soldati implorando a mani giunte, seppure invano, di non incendiare le case, di lasciare in vita i loro cari. [...] Le fucilazioni in massa fatte a casaccio e gli incendi dei paesi dati per il solo gusto di distruggere, hanno incusso sì nella gente un sacro timore, ma ci hanno anche tolto simpatia e molta fiducia. [...] La frase gli italiani sono diventati peggio dei tedeschi, che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi". Rosin concludeva i suoi rapporti con una accusa alle autorità militari, le quali predicavano ai soldati di avere come nemico ogni sloveno, di compiere stragi e distruggere ogni bene.
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DEVASTAZIONE VILLAGGIO KOTELIl cappellano militare don Pietro Brugnoli descrisse l'attacco del paese di Kotel e il risultato di fucilazioni e delle razzie: "Come lasciammo quel disgraziatissimo paese! Lo abbandonammo con una turba di vecchi senza figli, di donne senza mariti, di bambini senza padri, tutta gente impotente, in gran parte provata anche delle case, che erano bruciate, completamente priva di mezzi di sussistenza, li lasciammo ignudi a morire di fame".
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L'ECCIDIO A PODHUMIl 12 luglio 1942, nel villaggio di Podhum, le autorità italiane misero in atto una violenta operazione di rappresaglia. Per ordine del prefetto della Provincia di Fiume, Temistocle Testa, circa 250 militari italiani, comandati dal maggiore Armando Giorleo, procedettero al rastrellamento della popolazione maschile, concentrando gli uomini di età compresa tra i 16 e i 64 anni. Le vittime furono successivamente condotte fuori dall'abitato e fucilate. Il numero complessivo degli uccisi non è tuttavia unanimemente stabilito: mentre il monumento commemorativo di Podhum ricorda 91 vittime, altre ricostruzioni riportano cifre superiori, fino ai 118 civili indicati nel rapporto jugoslavo sui crimini di guerra del 1946. Anche le motivazioni dell'operazione non risultano del tutto univoche. Testa la presentò come una rappresaglia per la morte di 16 militari italiani, uccisi dai partigiani nei primi giorni di luglio e ritenuti presumibilmente originari di Podhum. Altre ricostruzioni hanno invece collegato la strage all'uccisione, avvenuta nel giugno precedente, di quattro cittadini italiani, tra cui un insegnante e sua moglie. La repressione non si limitò alle esecuzioni: la restante popolazione del villaggio fu deportata nei campi di internamento italiani, mentre le abitazioni vennero incendiate.
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DEPORTAZIONE CIVILI NELLA PROVINCIA DI LUBIANALa deportazione della popolazione slovena nella provincia di Lubiana ebbe inizio nel giugno 1942 per ordine del Generale Roatta. Furono trasferiti forzatamente circa 35.000 civili, ovvero circa il 10% della popolazione totale della provincia secondo le fonti. Il generale comunicò al comando supremo che "l'internamento può essere esteso [...] sino allo sgombero di intere regioni, come ad esempio la Slovenia, in questo caso si tratterebbe di trasferire, al completo, masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all'interno del regno e, di sostituirle in loco con popolazioni italiane". Si trattava di compiere un genocidio culturale e di bonifica etnica. Mentre i partigiani catturati venivano giustiziati, la popolazione civile subiva rastrellamenti sistematici e, successivamente, la deportazione nei campi di concentramento. Il principale di questi fu il campo di Arbe, situato sull’omonima isola al largo della costa dalmata. Altri campi si trovavano a Gonars e Visco, nella provincia di Udine; a Monigo e Chiesanuova, nel Veneto; e a Renicci, in provincia di Arezzo. Secondo un rapporto del comando militare italiano, il numero complessivo degli sloveni internati ammontava a 19.405 persone, così distribuite: 6577 ad Arbe, 2250 a Gonars, 3884 a Renicci, 3522 a Chiesanuova, 3172 a Monigo. Mentre secondo le stime slovene, alla fine del 1942 furono deportati 26000 civili.
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L'ECCIDIO A CETTIGNENel giugno 1942 si susseguirono in Montenegro diversi episodi di repressione e rappresaglia. Il 20 del mese, Pirzio Biroli ordinò l'esecuzione di 95 persone ritenute appartenenti all'area comunista. Pochi giorni dopo, il 25 giugno, a Cettigne, un'azione partigiana contro reparti del Regio Esercito, costata la vita a nove ufficiali italiani, fu seguita dalla fucilazione di 30 montenegrini. Il 26 giugno si verificò un ulteriore episodio a Nikšić: Dujo Davico, giovane cameriere presso la mensa degli ufficiali del comando italiano del 48º Reggimento fanteria «Ferrara», lanciò una bomba a mano contro i militari, senza tuttavia provocare vittime. L'attentato determinò comunque una reazione repressiva da parte delle autorità italiane, che dispose la fucilazione di 20 prigionieri comunisti da parte dei carabinieri.
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L'ECCIDIO DI CAJNICEIl 7 maggio 1942, a Čajniče, dove nel dicembre 1941 si era verificato un attacco partigiano che aveva provocato la morte di alcuni militari italiani, il generale del Regio Esercito Esposito ordinò l'esecuzione di **70 ostaggi appartenenti alla popolazione civile**, in applicazione delle disposizioni impartite dal generale Alessandro Pirzio Biroli.
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L'ECCIDIO DI RUBENZIDurante una spedizione punitiva nel villaggio di Rubezi, soldati italiani incendiarono alcune case e uccisero gli abitanti locali; tra le vittime due donne anziane e malate, arse vive perché impossibilitate a mettersi in salvo. L'episodio è confermato dalla testimonianza del sergente capo-radiotelegrafista Amelio Martello.
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BOMBARDAMENTO DI MORINJE (GLUHI DOL)L'aviazione italiana bombardò il villaggio di Morinje, in località Gluhi Dol, colpendo una scuola elementare e uccidendo 4 persone.
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L'ECCIDIO DI BABINA VLAKA, JABUKA E MIHAILOVICIUccisione di 120 persone, tra cui donne e bambini, nei villaggi di Babina Vlaka, Jabuka e Mihailovici, con l'incendio di 23 case. L'episodio è ricordato anche da Tito nelle sue memorie come una delle rappresaglie più brutali del ciclo repressivo di dicembre 1941, insieme alle successive fucilazioni di Drenovo.
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L'ECCIDIO DI DRENOVOFucilazione di 14 contadini nel villaggio di Drenovo, nell'ambito del ciclo di rappresaglie italiane successive agli attacchi partigiani di fine novembre-dicembre 1941.
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RASTRELLAMENTO DI CAUSEVICI, JABUKA E CRLJENICAIn seguito a un attacco partigiano avvenuto il 6 dicembre 1941 presso Passo Jabuka, che provocò gravi perdite tra le truppe del Regio Esercito, le autorità militari italiane avviarono un'ampia operazione di rastrellamento e repressione nelle aree circostanti. I villaggi di Causevici, Jabuka e Crljenica furono sottoposti a bombardamenti e incendi, mentre civili e partigiani vennero uccisi sul posto. Le operazioni proseguirono nei giorni successivi: il 14 dicembre, 14 contadini furono fucilati a Drenovo e, nei villaggi di Babina Vlaka, Jabuka e Mihailovici, furono uccise circa 120 persone, tra cui donne e bambini, con la distruzione e l'incendio di 23 abitazioni. Queste operazioni rientrarono nella politica di rappresaglia e di repressione adottata dalle autorità militari italiane in risposta all'insurrezione montenegrina.
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L'ECCIDIO DI PLJEVLIANella notte tra il 30 novembre e il 1º dicembre 1941, circa 8.000 partigiani attaccarono Pljevlja, dove aveva sede il Comando della Divisione alpina «Pusteria». La guarnigione italiana, composta da circa 1.500 uomini, riuscì a respingere l'assalto dopo oltre un giorno di combattimenti, conclusi nel pomeriggio del 1º dicembre. Il giorno successivo, le autorità militari italiane misero in atto una rappresaglia in applicazione delle disposizioni del generale Alessandro Pirzio Biroli: 74 civili furono fucilati sul posto e i partigiani catturati vennero giustiziati. L'episodio si inserì nella più ampia politica di repressione adottata dalle forze italiane nei confronti dell'insurrezione montenegrina.
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L'ECCIDIO IN MONTENEGROIn seguito alla occupazione italiana del territorio montenegrino nel luglio 1941, ci fu un’immediata insurrezione che portò alla cattura da parte della popolazione di oltre 4000 italiani. La risposta fu immediata, si procedette a rappresaglie, saccheggi, deportazioni e fucilazioni di civili e partigiani ribelli, e fu opera del generale Alessandro Pirzio Biroli, che in precedenza aveva esortato le proprie truppe dicendo: “La favola del bono italiano deve cessare[...] per ogni camerata caduto paghino con la vita 10 ribelli. Non fidatevi di chi vi circonda. Ricordatevi che il nemico è ovunque; il passante che vi saluta, la donna che avvicinate, l'oste che vi rende il bicchiere di vino [...] ricordatevi che è meglio essere temuti che rispettati .” Per vincere la ribellione nessun mezzo era eccessivo e si garantiva l’impunità per ogni azione commessa, ordinando l’uccisione di 50 civili per ogni ufficiale italiano ucciso o ferito; la norma era diventata l’eliminazione di massa, l’incendio e la distruzione d’interi villaggi.
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L'ECCIDIO DELLA RIVOLTA DI PALERMOTra il 16 e il 22 settembre 1866 Palermo e parte della provincia furono interessate da una vasta insurrezione popolare, alla quale presero parte gruppi eterogenei, tra cui ex borbonici, renitenti alla leva, repubblicani e briganti. Gli insorti, che nella provincia di Palermo raggiunsero complessivamente circa 35.000 uomini armati, occuparono diversi punti della città e assalirono edifici e presidi governativi. La rivolta fu repressa dalle truppe del Regio esercito al comando del generale Raffaele Cadorna. Il 27 settembre venne dichiarato lo stato d'assedio e la Regia Marina bombardò Palermo, mentre migliaia di soldati intervennero nelle operazioni di riconquista della città. La repressione fu accompagnata da numerose uccisioni e fucilazioni sommarie, anche ai danni di persone arrestate durante gli scontri. Il numero complessivo delle vittime civili non è noto con precisione; le modalità della repressione suscitarono tuttavia un ampio dibattito politico e furono successivamente oggetto di testimonianze e denunce.
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L'ECCIDIO A CASTELLAMMARE DEL GOLFOLa rivolta di Castellammare del Golfo ebbe inizio il 1º gennaio 1862 e coinvolse gruppi di diversa estrazione, tra cui ex borbonici, renitenti alla leva, repubblicani e briganti. Gli insorti occuparono parte del paese e presero di mira esponenti delle istituzioni e cittadini ritenuti vicini alla causa liberale, provocando la morte di alcuni civili e militari. La rivolta fu successivamente repressa dalle truppe del Regio esercito: il 3 gennaio, le forze comandate dal generale Pietro Quintini sbarcarono nel porto di Castellammare del Golfo con centinaia di bersaglieri, dando avvio alla caccia agli insorti. Nel corso delle operazioni militari furono uccise anche persone che si erano rifugiate nelle campagne circostanti, tra cui sei abitanti rintracciati in contrada Villa Falconeria. Una testimonianza coeva delle violenze è conservata nel Liber Defunctorum della Chiesa Madre di Castellammare del Golfo, dove alcune vittime risultano registrate con la formula interfecta fuit a militibus Regis Italiae («fu uccisa dai soldati del Re d'Italia»).
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L'ECCIDIO RUVO DEL MONTEIl 10 agosto 1861, in seguito all'occupazione di Ruvo del Monte da parte della banda guidata da Carmine Crocco e all'uccisione di alcuni notabili liberali, le truppe del Regio esercito intervennero nel paese con una dura rappresaglia contro la popolazione civile. Il maggiore Davide Guardi dispose il rastrellamento degli abitanti sospettati di aver collaborato con i briganti, ordinando fucilazioni sommarie e l'incendio di numerose abitazioni. Il numero complessivo delle vittime rimane incerto; l'episodio rappresenta tuttavia un caso significativo di responsabilità collettiva e di violenza esercitata nei confronti della popolazione civile.
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L'ECCIDIO PONTELANDOLFO E CASALDUNIL'eccidio di Pontelandolfo e Casalduni, avvenuto nell'agosto del 1861, rappresenta uno degli episodi più controversi della repressione del brigantaggio. Pochi giorni prima della rappresaglia, a banda guidata dall'ex caporale borbonico Cosimo Giordano, composta da circa 400 uomini, aveva occupato i centri di Pontelandolfo e Casalduni, riaffermando il proprio controllo sul territorio. In risposta, il tenente colonnello Pier Eleonoro Negri dispose l'invio di reparti dell'esercito italiano agli ordini del tenente Augusto Bracci, con il compito iniziale di presidiare l'area e contenere gli insorti. Tuttavia, Bracci decise di intervenire direttamente contro la banda, dando avvio alle operazioni che avrebbero preceduto la successiva rappresaglia. Lo scontro provocò la morte di un ufficiale e di quarantaquattro soldati italiani, suscitando una dura reazione da parte dei vertici militari. Il generale Carlo Piola Caselli comunicò al maggiore Melegari l'ordine impartito dal generale Cialdini di radere al suolo i due centri abitati . L'operazione venne affidata al tenente colonnello Negri e al maggiore Melegari, che il 14 agosto 1861 raggiunsero il Sannio alla testa di circa novecento bersaglieri del XVIII battaglione. Lo stesso Melegari, nelle proprie memorie, descrisse l'inizio dell'azione repressiva con queste parole: «Chiamai a me gli ufficiali delle 3 compagnie [...] ordinai loro di far atterrare le porte e appiccare il fuoco alle case, a cominciare da quella del sindaco. In breve dense nubi di fumo si levarono al cielo e l'incendio divampava in diverse parti del paese» . La testimonianza del maggiore, tuttavia, si limita a descrivere l'incendio dell'abitato e non menziona le violenze commesse contro la popolazione civile. Diverse fonti successive riferiscono infatti di esecuzioni sommarie, saccheggi, incendi, violenze sessuali e devastazioni ai danni degli abitanti e degli edifici religiosi. Al termine dell'operazione il tenente colonnello Negri comunicò l'esito della spedizione al generale Cialdini con un dispaccio: «giovedì, 15 agosto 1861. Ieri, all'alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora» . Il numero delle vittime costituisce ancora oggi uno degli aspetti più controversi dell'intera vicenda. L'episodio rappresentò una delle più violente operazioni repressive condotte dall'esercito italiano durante la lotta al brigantaggio. La gravità degli eventi suscitò critiche anche all'interno del Parlamento italiano. Alcuni mesi dopo i fatti, il deputato Giuseppe Ferrari visitò Pontelandolfo, dove raccolse le testimonianze dei superstiti e constatò le devastazioni subite dall'abitato. ornato a Torino, denunciò in Parlamento gli abusi commessi dalle forze dell'esercito italiano, trovando tuttavia il sostegno del solo Francesco Proto, duca di Maddaloni, anch'egli critico nei confronti delle modalità con cui era stata condotta la repressione.