Crimini di guerra italiani
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- Crimini di guerra italiani
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- Raccolta di eventi relativi a crimini di guerra commessi dall'esercito italiano tra XIX e XX secolo, organizzati e georeferenziati nell'ambito del progetto di tesi.
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OFFENSIVA NELL'OASI DI CUFRAL’oasi di Cufra, nodo strategico e simbolico della resistenza Senussa, fu oggetto di una violenta offensiva coloniale da parte delle forze italiane il 26 agosto 1930. Il generale Rodolfo Graziani, che la considerava un “centro di raccolta di tutto il fuoriuscitismo libico”, ordinò un massiccio bombardamento dell’area, con l’intento di spezzare il legame tra i ribelli e il territorio. Dopo l'attacco aereo, le forze italiane inseguirono i combattenti senussi in fuga verso il confine con l'Egitto, cercando di estirpare definitivamente ogni focolaio di resistenza. Secondo i rapporti ufficiali dello stesso Graziani, l’operazione si concluse con l’uccisione di circa 100 ribelli, 14 dei quali furono giustiziati sul posto, mentre altri 250 individui furono catturati, tra cui anche donne e bambini. Questo episodio rappresenta uno dei momenti più duri della repressione coloniale italiana in Libia, evidenziando la brutalità delle misure adottate contro la popolazione locale e la volontà di annientare ogni forma di opposizione politica e militare alla dominazione fascista. Il 20 gennaio 1931, in seguito a una nuova insurrezione, l'oasi fu riconquistata dalle truppe coloniali italiane. Quella che seguì non fu una semplice operazione militare, ma una vera e propria carneficina. Per tre giorni consecutivi, si abbatté sulla popolazione civile una feroce ondata di violenze, rappresaglie e atrocità. Secondo le testimonianze e le fonti storiche, tra i 180 e i 200 libici furono uccisi, ma il bilancio effettivo delle vittime, considerando anche le sofferenze inflitte ai sopravvissuti, è ancora più drammatico. Diciassette capi senussiti vennero giustiziati pubblicamente, mentre 35 uomini furono evirati e lasciati morire dissanguati. La furia repressiva colpì in modo indiscriminato: almeno 50 donne furono stuprate, 50 persone fucilate, e altre 40 massacrate con armi bianche, tra cui accette, baionette e sciabole. Le violenze non risparmiarono neppure i più indifesi: donne incinte e bambini furono anch’essi vittime dell’efferatezza delle truppe italiane, in un episodio che resta tra i più oscuri e taciuti della storia coloniale italiana in Libia.
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BOMBARDAMENTO DELL'OASI DI TAIZERBONella guerra contro la resistenza senussita, l'escalation della violenza raggiunse uno dei suoi momenti più drammatici nel 31 luglio 1930, quando l'aviazione italiana bombardò l'oasi di Taizerbo, uno dei principali centri di appoggio delle forze guidate da Omar al-Mukhtar. Secondo la documentazione militare dell'epoca, durante l'operazione furono impiegate anche bombe caricate con iprite, causando gravissime conseguenze tra la popolazione civile. Le relazioni compilate dagli stessi ufficiali italiani descrivono decessi immediati, estese ustioni e lesioni permanenti provocate dall'esposizione ai gas tossici, confermando il ricorso ad armi chimiche contro obiettivi abitati. L'utilizzo dell'iprite nel corso della campagna di Libia costituì inoltre un significativo precedente delle più ampie operazioni di guerra chimica condotte dall'Italia durante la campagna d'Etiopia del 1935-1936. Una testimonianza dell'impiego di armi chimiche è contenuta nel rapporto del tenente colonnello dell'Aeronautica Roberto Lordi, comandante dell'aviazione della Cirenaica, trasmesso da Rodolfo Graziani al Ministero delle Colonie il 17 agosto 1930. Il documento riferisce che, nel bombardamento dell'oasi di Taizerbo, furono impiegate bombe caricate con iprite, oltre a ordigni convenzionali. La relazione descrive dettagliatamente la presenza di abitazioni, giardini, tende e numerosi civili nell'area colpita, concludendo che il bombardamento ebbe un «risultato visibilmente efficace». Il rapporto costituisce una significativa prova documentaria della consapevolezza, da parte dei comandi italiani, di aver impiegato armi chimiche contro un'area abitata. Un'ulteriore conferma dell'impiego di armi chimiche emerge dalla relazione trasmessa il 1º dicembre 1930 dal tenente colonnello Roberto Lordi, nella quale venivano riportate le testimonianze raccolte durante l'interrogatorio di un ribelle proveniente da Cufra. Secondo il rapporto, il bombardamento di Taizerbo aveva provocato almeno quattro morti immediate e numerosi feriti, molti dei quali presentavano estese ustioni, gonfiori che si trasformavano in profonde ulcerazioni e gravi lesioni cutanee. La testimonianza riferiva inoltre che gli effetti dell'iprite persistevano anche diversi giorni dopo il bombardamento, come dimostrava il caso di un uomo rimasto gravemente ustionato dopo aver toccato un ordigno inesploso contaminato dal gas.
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DEPORTAZIONE CIVILI LIBICI DEL GEBELCulmine della strategia di repressione coloniale italiana in Cirenaica sotto il generale Rodolfo Graziani: deportazione di massa dell'intera popolazione nomade e seminomade del Gebel e della Marmarica verso una rete di campi di concentramento (Marsa Brega, Soluch, Sidi Ahmed el Magrun, El-Agheila, Agedabia, El-Abiar e campi minori — cfr. schede correlate), nel quadro del depopolamento forzato del territorio e della lotta contro la resistenza senussita.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI EL ABIARIl campo di concentramento di El-Abiar fu istituito nel 1931 dalle autorità coloniali italiane come parte della più ampia strategia di repressione condotta in Cirenaica durante la guerra coloniale. La sua funzione principale era quella di raccogliere e isolare la popolazione nomade e seminomade proveniente dall’altopiano del Gebel, una regione fertile e strategicamente rilevante, insieme ai nomadi locali della zona di El-Abiar. Nel periodo in cui rimase attivo, oltre 8.000 persone vennero internate nel campo. Le condizioni di vita erano dure e degradanti, e la violenza era uno strumento quotidiano di controllo. Le punizioni corporali, spesso esemplari e pubbliche, si svolgevano nella piazza centrale del campo, di fronte a tutti gli internati, immediatamente dopo il loro rientro dai lavori forzati. Queste pratiche avevano un chiaro scopo: terrorizzare la popolazione detenuta e dissuadere ogni forma di resistenza. Come in altri campi del sistema concentrazionario fascista, anche a El-Abiar il lavoro forzato, la malnutrizione, le malattie e le punizioni costituivano parte integrante di una strategia sistematica di annientamento culturale e fisico. Il campo fu ufficialmente chiuso nell’ottobre del 1933. Dopo la liberazione degli internati superstiti, l’area fu riconvertita a uso logistico e trasformata in un deposito di carburanti, cancellando in parte la memoria materiale delle violenze consumate al suo interno.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI SOLUCHIl campo di concentramento di Soluch fu uno dei principali strumenti di repressione impiegati dal regime fascista italiano durante la campagna coloniale in Libia. Fu allestito nell'ottobre 1930 su ordine del generale Rodolfo Graziani, responsabile della conduzione delle operazioni militari e della sottomissione della popolazione locale. Il campo faceva parte di un più ampio sistema concentrazionario destinato a deportare la popolazione nomade e seminomade dall’altopiano del Gebel, una regione strategica, verso le aree costiere della Sirtica. Lo scopo era duplice: isolare i gruppi considerati potenzialmente ostili e controllare militarmente il territorio attraverso il depopolamento forzato. Durante il periodo di attività del campo, oltre 20.000 persone furono internate a Soluch. Quando, nel maggio del 1933, il campo fu chiuso, solo 14.500 di loro risultavano ancora in vita. Le cause principali di questa mortalità furono le condizioni di vita estremamente dure, le malattie, le punizioni e le violenze sistematiche. Gli internati erano obbligati a lavorare quotidianamente. Al mattino, dalle 7 alle 12, venivano impiegati in opere stradali ed edilizie nella vicina città. Nel pomeriggio, potevano coltivare piccoli appezzamenti di terreno assegnati loro dal comando del campo. I raccolti di cereali e ortaggi, però, non erano destinati agli stessi deportati: venivano venduti al mercato di Bengasi e solo una piccola percentuale del ricavato veniva distribuita tra i prigionieri. Le condizioni igienico-sanitarie erano drammatiche. In alcuni giorni, il numero di malati raggiungeva le 500 unità, ma l’assistenza era quasi inesistente: un solo medico italiano, coadiuvato da dieci "infermieri" libici senza alcuna formazione sanitaria, era incaricato della cura degli internati. L’organizzazione del campo era affidata a un comandante militare, supportato da ufficiali e soldati dell’esercito. Il controllo interno era esercitato da Ascari eritrei e Zaptié, mentre la sicurezza esterna era nelle mani dei carabinieri italiani. La disciplina era mantenuta attraverso un rigido regolamento e un sistema repressivo feroce. Anche infrazioni minime — come comunicare con altri internati o cercare di lasciare il campo — potevano essere punite con il razionamento di acqua e cibo. Le pene fisiche erano brutali: restare immobili al sole con le braccia tese e appesantite da pietre, fustigazioni, sospensioni ai polsi o ai piedi, sepoltura nella sabbia con la sola testa all’esterno, mutilazioni (mani, piedi, lingua), abusi sessuali sistematici, prostituzione forzata. In molti casi, le punizioni culminavano nell’eliminazione fisica. Il campo di Soluch rappresenta uno degli esempi più atroci della violenza coloniale italiana in Libia, un luogo dove la repressione si tradusse in annientamento umano, privazione sistematica della dignità e negazione assoluta dei diritti fondamentali.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI EL ALGHEILAIl campo di El-Agheila si distinse per la sua vastità e per l’elevatissima mortalità tra gli internati. Fu il più grande per numero di prigionieri e tristemente noto per le condizioni estreme in cui essi furono costretti a vivere e morire. Attivato nel gennaio 1930, il campo fu concepito come centro di detenzione per coloro che opponevano resistenza al dominio coloniale italiano. Vi furono rinchiusi soprattutto esponenti senussiti di medio rango insieme alle loro famiglie, prigionieri che avevano tentato la fuga e gruppi di nomadi deportati dall’est della Cirenaica. Nel dicembre dello stesso anno, circa 2.000 membri di tribù ribelli della Marmarica furono trasferiti a El-Agheila. Il loro viaggio iniziò ben tre mesi prima, a 1.100 chilometri di distanza. Dei 5.000 partiti, solo 2.000 giunsero a destinazione: 3.000 morirono durante il tragitto, un dato che rivela la brutalità delle condizioni imposte dalla deportazione forzata. La struttura del campo era progettata per il controllo e l’annientamento sistematico. Al centro vi era un palco per le esecuzioni sommarie, circondato da otto tende adibite a interrogatori e torture. Agli angoli di ciascun settore si trovavano fosse utilizzate per punizioni, mentre sul lato lungo inferiore del campo vi era un muro di pietra usato come luogo per le fucilazioni. Poco distante, un tucul veniva usato come spazio di violenza sessuale da parte delle guardie, che abusavano delle donne internate. Le tecniche di tortura praticate nel campo erano particolarmente crudeli: si passava dalle bruciature delle piante dei piedi con ferri roventi, all’inserimento di insetti o oggetti nei corpi delle vittime, fino all’estirpazione delle unghie e l’obbligo di bere grandi quantità di acqua salata. I casi di stupri di massa erano diffusi e sistematici. Gli internati venivano inoltre impiegati in lavori forzati, spesso nelle miniere o nelle grandi opere di costruzione stradale e ferroviaria. Al loro rientro nel campo, erano sottoposti a controlli e appelli nel piazzale centrale, secondo procedure disumanizzanti. Il campo di El-Agheila fu ufficialmente chiuso nell’ottobre del 1932. L’area venne riconvertita a uso logistico, trasformata in magazzini, ma la memoria delle atrocità consumate tra le sue recinzioni sopravvive come testimonianza delle violenze del colonialismo fascista in Libia. Dalla testimonianza di un sopravvissuto, Reth Belgassen, recluso ad Agheila: «Ci davano poco da mangiare. Dovevamo sopravvivere con un pugno di riso o di farina e spesso si era troppo stanchi per lavorare. [...] Le nostre donne tenevano un recipiente nella tenda per fare i loro bisogni. Avevano paura di uscire. Fuori rischiavano di essere prese dagli etiopi o dagli italiani.[...] Le esecuzioni avvenivano sempre verso mezzogiorno in uno spiazzo al centro del campo e gli italiani portavano tutta la gente a guardare. Ci costringevano a guardare mentre morivano i nostri fratelli».
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI EL NUFILIACAMPO DI CONCENTRAMENTO DI EL NUFILIA A partire dal 1930, su ordine del generale Rodolfo Graziani, le autorità italiane in Cirenaica misero in atto un vasto piano di repressione che prevedeva la creazione di una rete di campi di concentramento. Il campo di El Nufilia fu uno dei diciannove installati per consolidare il controllo coloniale sulla regione. Il sistema fu concepito per trasferire con la forza le comunità nomadi e seminomadi dell'altopiano del Gebel, una delle aree più fertili del territorio, verso le zone costiere della Sirtica. Tale strategia mirava a svuotare l'altopiano cirenaico della sua popolazione, interrompere le reti di sostegno alla resistenza senussita e assoggettare la società locale al dominio italiano.
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ECCIDIO A UBARINel giro di due mesi il generale Graziani ultimò le operazioni di riconquista della regione del Fezzan, avviate il 5 dicembre 1929 e culminate con la presa della capitale Murzuch il 21 gennaio 1930, sebbene persistevano ancora alcune sacche di resistenza. Il 28 gennaio, Graziani raggiunse la località di Ubari, dove apprese che gli ultimi Mujaheddin erano in fuga verso l’Algeria, con al seguito famiglie e bestiame. Si trattava di un migliaio di combattenti molto frazionati e soprattutto impacciati dalla presenza delle loro famiglie e del bestiame, che rappresentava la loro unica fonte di sostentamento. A ben guardare in quelle disperate condizioni non costituivano più un pericolo, vista anche la loro decisione di sconfinare in Algeria, dove i francesi si sarebbero affrettati a disarmarli. Nonostante non costituissero più una minaccia il generale Graziani ordinò di attaccare questa ultima sacca di rivoltosi, i quali riuscirono a evitare lo scontro contro le truppe di terra italiane. A questo punto il generale italiano irritato per il mancato combattimento, fece decollare tutti gli aerei a disposizione, ossia i Caproni 73 e i Romeo Ro.1. Per due giorni 13 e 14 febbraio la flotta aerea si avvicendavano di continuo sulla linea della frontiera bombardando e mitragliando la colonna umana in esodo. Il grosso dei ribelli furono decimati sotto un uragano di fuoco. Chi riuscì a sopravvivere si arrese alla guarnigione francese di Fort Tarat. Questo macabro episodio fece guadagnare a Graziani l'epiteto di “Macellaio del Fezzan”.
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DEPORTAZIONE CIVILI LIBICI DI TRIPOLILa reazione italiana dopo la battaglia di Sciara Sciat non si limitò alle esecuzioni sommarie dei sospettati, ma si estese anche alla deportazione di coloro che avevano partecipato, o che si presumeva avessero preso parte, agli scontri. Le deportazioni colpirono indiscriminatamente civili, semplici abitanti e notabili locali. Il viaggio verso le isole di detenzione in Italia (Tremiti, Ponza, Ustica) fu estenuante: i deportati venivano stipati nelle navi da trasporto, e alcuni di loro, secondo diverse testimonianze, furono gettati in mare durante la traversata. Furono deportati circa 5000-6000 libici: 3700 raggiunsero le isole siciliane e 1700 le isole Tremiti, non pochi furono i morti durante la traversata.
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L'ECCIDIO DI TRIPOLIIn seguito all'annientamento di due battaglioni di bersaglieri italiani durante la sconfitta subita nella battaglia di Sciara Sciat, il 23 ottobre 1911 nei pressi di Tripoli, le forze italiane diedero inizio a una durissima repressione. A partire dal giorno successivo cominciarono le perquisizioni nella zona di Sciara Sciat e nella città di Tripoli, con l'obiettivo di confiscare armi e munizioni. Ogni abitazione venne ispezionata e l'intera oasi fu sottoposta a rastrellamenti coatti. Chiunque fosse trovato in possesso di armi veniva giustiziato sul posto, senza alcuna forma di processo, mentre coloro considerati sospetti furono arrestati e condotti a Tripoli. Si stima che circa mille libici siano stati uccisi, anche se fonti libiche parlano di un numero ben più elevato, fino a quattromila vittime. Immagine iconica della dura repressione fu la forca eretta nella Piazza del Pane di Tripoli, divenuta il simbolo per dare monito a chi si fosse ribellato.
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SPEDIZIONE SU PAO-TINGAnche l’Italia prese parte alla repressione della Rivolta dei Boxer (1899-1901), un movimento nato in Cina in opposizione alla crescente presenza coloniale e all’ingerenza occidentale negli affari cinesi. In un periodo in cui le potenze europee e il Giappone stavano imponendo le loro “concessioni” sul territorio cinese, una coalizione internazionale composta da otto nazioni — Regno Unito, Francia, Germania, Stati Uniti, Giappone, Russia, Austria-Ungheria e Italia — intervenne militarmente per difendere i propri interessi e cittadini. Sebbene il contributo italiano sia stato più limitato rispetto a quello delle maggiori potenze, la monarchia sabauda inviò comunque truppe sul campo, partecipando alle operazioni militari e alla successiva occupazione. Non mancano però le ombre. Diverse testimonianze dell’epoca documentano episodi di violenza e brutalità compiuti dalle forze internazionali, inclusi i contingenti italiani. Le operazioni di repressione furono spesso segnate da saccheggi, violenze contro i civili e punizioni collettive inflitte alle popolazioni locali. Un caso emblematico è quello della spedizione di Pao-Ting, durante la quale le truppe italiane furono responsabili del saccheggio della città, riportando un bottino stimato di 26.000 dollari.
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SACCHEGGIO DI PECHINORACCONTI DI MESSEROTTI BENVENUTI SULLE RAZZIE Messerotti Benvenuti racconta nelle sue lettere che: "Dei marinai venuti da Pechino e che vi si sono trovati al momento dell'occupazione, ve ne sono alcuni che si sono fatti dei piccoli capitali, sia in denaro sia in oggetti preziosi, che hanno trovato subito da esitare sul sito. Lo stesso dicasi degli ufficiali. Perfino un ufficiale medico di marina ha razziato tanto e così poco pulitamente che l'hanno punito col rimpatrio immediato! Calcolano che si sia portato in Italia pel valore di una ottantina di mila lire fra arazzi antichi ed oggetti preziosi tascabili." Questo comportamento, secondo Messerotti Benvenuti, era legato al tipo di condotta militare e alla guerra che gli occupanti avevano deciso di combattere in Cina. "Sono convinto che tutta questa faccenda della Cina non sia altro che una gonfiatura[...] perché tutto quello che ho visto fin qui sembra essere stato fatto apposta per farci dimenticare il motivo della nostra presenza in questi luoghi. Sembra che siamo venuti qui solo per saccheggiare, e non per altro".
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ESECUZIONE A PECHINOIl tenente e medico modenese Giuseppe Messerotti Benvenuti fu testimone delle violenze scatenate dalla repressione della rivolta dei Boxer. Per vincere la monotonia del suo ospedaletto da campo, il giovane tenente scriveva lunghe lettere a casa, accompagnate da foto fatte in libera uscita, catturando alcune scene agghiaccianti. La sua testimonianza permette di rivivere gli orrori che riuscì a documentare. Il 22 dicembre 1900, immortalò le fasi della decapitazione di un cinese sospettato di aver partecipato all'assassinio di un soldato italiano, attraverso cinque immagini che il medico commentò così: «Sarò di animo cattivo, ma ti assicuro che il triste spettacolo, sebbene eseguito in modo barbaro dal boia cinese e dai suoi concittadini, non mi ha colpito come temevo. Forse perché ero convinto della colpevolezza dell'individuo e della giustezza della punizione»
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BOMBARDAMENTO AEREO BARCELLONAIl bombardamento di Barcellona del 16-18 marzo 1938. Nel corso di tre giorni consecutivi, i bombardieri Savoia-Marchetti SM.79 dell'Aviazione Legionaria sganciarono circa cinquanta tonnellate di esplosivo sulla città, provocando la morte di quasi mille persone e il ferimento di oltre millecinquecento civili. L'operazione, disposta direttamente da Benito Mussolini attraverso un telegramma inviato al capo di Stato maggiore della Regia Aeronautica, prevedeva l'esecuzione di un'«azione violenta su Barcellona con martellamento duraturo nel tempo» , espressione che evidenzia la volontà di sottoporre la popolazione a bombardamenti ripetuti, amplificandone gli effetti psicologici oltre che materiali. Il bombardamento di Barcellona rappresentò uno dei più gravi attacchi contro la popolazione civile condotti dall'aviazione italiana prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale e costituisce uno degli episodi più significativi delle violazioni del diritto bellico attribuite al regime fascista nel corso della guerra civile spagnola.
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BOMBARDAMENTO AEREO GUERNICANel pomeriggio del 26 aprile 1937, la piccola città basca di Guernica fu teatro di uno dei bombardamenti più drammatici e noti del Novecento. Questo evento tragico si inseriva nel contesto della guerra civile spagnola, scoppiata nel 1936 tra i nazionalisti del generale Francisco Franco e i repubblicani, che si erano uniti nel Fronte Popolare, coalizione dei partiti di sinistra spagnoli. A eseguire l'attacco furono 24 aerei militari, in gran parte della Luftwaffe tedesca, con il supporto di tre velivoli dell'aeronautica italiana. L'incursione italo tedesco venne ideata come un esperimento bellico, volta a testare l'efficacia di un bombardamento aereo su larga scala; i cittadini spagnoli si trovarono presto coinvolti in una tragedia senza precedenti. Gli edifici bersagliati crollarono o presero fuoco, e molte persone rimasero intrappolate, soffocando nel fumo. Disperati, gli abitanti tentarono di fuggire, riversandosi nei campi circostanti. Ma la loro fuga venne interrotta dai cacciabombardieri italo-tedeschi, che abbassarono le loro altitudini di volo per mitragliare e falcidiare chiunque si trovasse esposto, compresi uomini, donne, bambini, e persino il bestiame, oltre a colpire senza pietà l'ospedale. Il bilancio fu devastante: gran parte della città venne distrutta e stando al governo spagnolo, le perdite furono circa un terzo della popolazione: 1654 morti e 889 feriti, mentre ricerche più recenti hanno affermato circa 2-300 morti. La violenza di questo bombardamento e il trauma subito dalla popolazione, unito alla disgregazione delle forze repubblicane, permisero ai nazionalisti di occupare Guernica. Nei mesi seguenti, l'intera regione dei Paesi Baschi cadde sotto il loro controllo.
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PRIGIONE DI USTICAL'isola di Ustica, che in passato era stata usata come luogo di domicilio coatto, iniziò a essere impiegata nel 1911 per confinare i prigionieri libici, accusati di aver preso parte o di aver contribuito alla battaglia di Sciara Sciat, dove persero la vita 378 italiani. Ben 920 libici furono trasferiti sull'isola, dove rimasero per sette mesi, durante i quali 161 detenuti morirono. Più che di un semplice e momentaneo alloggio, il trattamento riservato ai libici si configurò come un vero e proprio accatastamento di esseri umani. Tuttavia, la soluzione più efficiente al problema del sovraffollamento si rivelò essere la rapida diffusione di malattie come la tisi, il colera e la broncopolmonite. Altre deportazioni continuarono negli anni 1915 e 1916, in seguito alla grande rivolta araba. Furono trasferiti 778 libici con la nave Re Umberto nel giugno 1915; altri giungeranno nel 1916, fino a farne contare 1300. Di questi nuovi deportati, 141 moriranno nell’isola, facendo così salire il numero complessivo dei decessi a 268. Come nel caso della deportazione del 1911, le cause di questi nuovi decessi sono riferibili alle non adeguate condizioni igienico-sanitarie della colonia penale, alla malnutrizione e alla durezza dei regolamenti restrittivi. Si moriva soprattutto di tifo, colera e broncopolmonite. Notevoli le preoccupazioni di carattere sanitario nella popolazione locale, già gravata dalle fragili e precarie condizioni di vita legate alla sua insularità. Una volta conclusa la resistenza libica i prigionieri libici furono infine rimpatriati, ma le deportazioni proseguirono fino al 1934, sebbene in misura minore e con modalità diverse. Si trattava principalmente di piccoli gruppi di notabili sospettati di tradimento o considerati pericolosi. La resistenza anticolonialista in Libia e le deportazioni in Italia terminarono con la feroce repressione di Rodolfo Graziani. Durante il periodo fascista e durante la guerra, l'isola venne utilizzata per internare oppositori politici, detenuti comuni, antifascisti italiani e jugoslavi:
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CARCERE ISOLE TREMITIIn seguito alla dura repressione che seguì la battaglia di Sciara Sciat nel 1911, il governo italiano, sotto la guida del ministro Giolitti, intervenne per limitare l’estrema brutalità delle misure adottate dalle autorità militari in Libia. In particolare, Giolitti ordinò al generale Carlo Caneva di evitare la fucilazione dei rivoltosi catturati e di predisporne invece la deportazione nelle isole Tremiti, dove sarebbero stati condannati ai lavori forzati. L’ordine fu eseguito con rigore: oltre 4.000 libici, appartenenti a tutte le fasce d’età, dai giovani agli anziani, furono arrestati e imbarcati sui piroscafi diretti verso l’arcipelago al largo delle coste italiane. Il viaggio durò quattro giorni, durante i quali le condizioni a bordo furono così dure che molti prigionieri morirono durante la traversata. Prima di approdare nel porto delle Tremiti, i corpi dei detenuti deceduti vennero gettati in mare, nel tentativo di cancellare le tracce delle sofferenze inflitte. Quella deportazione segnò uno dei primi episodi di repressione sistematica della popolazione libica da parte del colonialismo italiano, inaugurando una stagione di violenza, esilio e punizioni collettive che si sarebbe intensificata negli anni successivi.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI RENICCIIl campo di internamento di Renicci, situato nei pressi dell’omonima località nel comune di Anghiari, in provincia di Arezzo, fu operativo dall’ottobre 1942 fino al settembre 1943. Nato come luogo di detenzione per civili jugoslavi (molti dei quali catturati durante i rastrellamenti delle truppe italiane in Slovenia, in particolare nella provincia di Lubiana) divenne uno dei principali centri di internamento del regime fascista nel centro Italia. Le prime deportazioni a Renicci iniziarono il 10 ottobre 1942; già entro dicembre dello stesso anno, il numero dei prigionieri superava le 3.800 unità. Nel corso dei quasi undici mesi di attività, si stima che il campo abbia ospitato circa 10.000 internati, di cui almeno 159 persero la vita a causa delle condizioni estremamente dure e disumane. Tra luglio e agosto 1943, l’arrivo di centinaia di confinati politici provenienti da altri campi come Ustica, Ventotene e Ponza portò a un aumento delle tensioni interne. Scioperi e proteste divennero frequenti, mentre la situazione si aggravava ulteriormente con le diserzioni di alcuni soldati di guardia, preoccupati per l’imminente ingresso delle truppe tedesche dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Il 14 settembre, con il campo ormai privo di sorveglianza, i prigionieri riuscirono a fuggire e si dispersero nelle campagne circostanti. La maggior parte di loro si unì alle formazioni partigiane attive negli Appennini tosco-romagnoli e marchigiani, contribuendo così alla lotta di liberazione. La denutrizione, la mancanza di igiene e l’assenza di abiti adeguati per affrontare il rigido inverno causarono numerose malattie e la morte di circa 150 internati.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI MONIGOAlla fine di giugno 1942, nella caserma «Cadorin», una struttura militare di recente costruzione, fu allestito un campo di concentramento destinato agli internati civili «ex jugoslavi». Il campo occupava sette ampi padiglioni della caserma: quattro erano adibiti agli alloggiamenti, mentre i restanti tre ospitavano magazzini, infermeria e cucine. Le camerate potevano contenere circa cinquanta persone ciascuna, con una netta separazione tra uomini da una parte, e donne e bambini dall’altra. Il primo gruppo di internati arrivò il 2 luglio 1942: 315 civili sloveni catturati durante un massiccio rastrellamento a Lubiana, insieme ad altri 255 provenienti dalla zona di Longatico (Logatek). Il secondo trasporto significativo, giunto il 6 agosto, comprendeva 432 persone rastrellate nelle aree di Kočevje e Novo Mesto. Durante l’autunno, arrivarono circa 800 internati provenienti da Gonars, destinati in seguito al trasferimento nel «campo di lavoro» di Tavernelle, in provincia di Perugia. Poco dopo, circa 300 donne e bambini furono deportati da Arbe. Monigo funzionava come centro di raccolta e selezione. Con l’aiuto di collaborazionisti jugoslavi, il comando identificava gli internati ritenuti «politicamente pericolosi», che venivano quindi trasferiti a Lubiana per essere processati. Le condizioni di vita nel campo erano estremamente difficili. L’alimentazione era insufficiente e gli appelli, talvolta ripetuti più volte al giorno in orari imprevedibili, aggravavano il disagio. Nel grande cortile centrale del campo si trovava un palo per le punizioni corporali, simbolo della durezza del regime carcerario. Con l’arrivo dell’inverno, la situazione peggiorò a causa del freddo intenso, del sovraffollamento e della mancanza di abbigliamento adeguato. Durante i circa tredici mesi di attività del campo, morirono 232 internati, di cui 54 bambini e 178 adulti. La maggior parte dei decessi fu causata da polmonite, tubercolosi e altre gravi malattie contratte in precedenza, specialmente sull’isola di Arbe. Dopo l’8 settembre 1943, il comando del campo passò ad alcuni membri del Fronte di Liberazione. Questi, insieme agli altri internati, riuscirono a fuggire a piccoli gruppi verso il Collio goriziano, dove molti si unirono alle formazioni partigiane attive nella zona, continuando così la lotta per la libertà.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI VISCOIl campo di concentramento di Visco, nell'omonimo Comune in provincia di Udine, fu attivo dal 20 febbraio all'8 settembre 1943. Si trattò di una delle strutture pensate specificamente in connessione con l'invasione della Jugoslavia (6 aprile 1941), assieme a Rab/Arbe, Gonars, Mamula, Monigo presso Treviso e altri lager, per cui transitarono decine di migliaia di jugoslavi dalle aree occupate militarmente dall'Italia (Provincia di Lubiana, Croazia, Montenegro), principalmente sospettati di simpatie partigiane. La Resistenza armata incontrata dalle politiche di occupazione italiane portò le autorità militari fasciste a rispondere con la Circolare 3C (1° marzo 1942), che prevedeva rappresaglie massicce sulla popolazione civile e "riempì" i campi di concentramento con intere famiglie di resistenti, sospetti o potenziali tali. Lo spazio, esteso 180.000 metri quadrati ai margini del paese, era già stato utilizzato dagli italiani come ospedale durante la Grande Guerra (vi morirono circa 600 soldati, anche austriaci) e, dopo Caporetto, come rifugio per 400 profughi del Piave; nel 1941 divenne caserma di appoggio all'invasione della Jugoslavia condotta dal fascismo assieme a tedeschi, ungheresi e bulgari, prima di trasformarsi, dal febbraio al settembre 1943, in campo di internamento per serbi, croati, bosniaci e montenegrini. Nonostante la sua breve durata operativa rispetto ai più noti Rab e Gonars, il campo ospitò svariate migliaia di internati, con punte di 4.500 prigionieri contemporaneamente reclusi; una particolarità di Visco fu l'afflusso, oltre che di sloveni della Provincia di Lubiana e croati della regione di Fiume, di alcune centinaia di cittadini croati, bosniaci e montenegrini evacuati dai campi di Mamula e Prevlaka in Montenegro, per la progressiva perdita di controllo del territorio da parte dell'esercito italiano in crisi, conferendo a Visco un carattere più marcatamente "jugoslavo" rispetto ad altri campi. La struttura era composta da edifici in muratura in gran parte preesistenti, integrati con alcune centinaia di baracche di legno lunghe circa 40 metri e una ventina di tende, il tutto circondato da filo spinato alto 4-5 metri con postazioni di guardia sorvegliate da soldati. Le condizioni di vita erano dure: il cibo era scarso, le famiglie (circa quattro per baracca) vivevano separate da lenzuoli appesi, e i bambini raccoglievano avanzi di cibo tra i rifiuti; un capitano medico fece appello alle mamme del Goriziano per ottenere latte in polvere per i circa 150-200 bambini presenti. Tra gli internati vi fu il poeta e traduttore sloveno Igo Gruden, autore di diciannove poesie scritte nel campo poi raccolte nel volume bilingue "Sognando la libertà - Sanje o svobodi"; sopravvisse al campo anche il cantante Sergio Endrigo. I carcerieri erano tra i 400 e i 600. Tra le testimonianze raccolte figura quella di Miljenko Kukuljan, deportato bambino il 3 marzo 1943 insieme a circa 205 compaesani di Kukuljane, Brneliće e Zoretiće (presso Grobnik, vicino Fiume), come rappresaglia per l'uccisione di soldati italiani da parte dei partigiani; prima della deportazione gli uomini del villaggio erano stati separati da donne e bambini con l'intenzione di fucilarli, poi scongiurata dall'intervento di un ufficiale. Dopo la capitolazione italiana dell'8 settembre 1943, quando il campo venne liberato, 350 prigionieri non erano in grado di uscire con le proprie gambe; il complesso fu poi utilizzato come deposito dalla Wehrmacht (1943-1945) e, nel dopoguerra, come caserma dell'esercito italiano fino al 1996, prima di passare in gestione al Comune di Visco nel 2001. A differenziare Visco dagli altri campi è lo stato di conservazione: mentre di Rab e Gonars restano oggi poche tracce (rispettivamente il cimitero monumentale sull'isola croata e il sacrario jugoslavo nel cimitero di Gonars), a Visco la struttura è arrivata in condizioni relativamente buone, grazie soprattutto all'impegno dello storico locale Ferruccio Tassin, che dagli anni Novanta ha sensibilizzato l'opinione pubblica e internazionalizzato la questione, coinvolgendo tra gli altri lo scrittore sloveno Boris Pahor; nel 2010 l'area è stata sottoposta a vincolo della Sovrintendenza dei Beni culturali. Recenti progetti hanno inserito Visco, insieme a Gonars e alla Caserma "Piave" di Palmanova (luogo di torture durante l'occupazione nazista), nell'iniziativa Museo diffuso della Resistenza del Friuli Venezia Giulia, prevedendo però un recupero solo parziale (un solo edificio su una ventina destinato a museo).
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI GONARSIl campo di internamento di Gonars fu istituito nell’autunno del 1941 e, a partire dalla primavera del 1942, accolse migliaia di civili jugoslavi catturati durante i rastrellamenti condotti nelle regioni occupate della Jugoslavia. Situato poco fuori dall’abitato, il campo si estendeva su due recinti separati, noti come campo A e campo B, distanti tra loro circa un chilometro. L’intera area era circondata da alte recinzioni di filo spinato, dotate di torrette di guardia munite di mitragliatrici e potenti fari in grado di illuminare il perimetro anche durante la notte. Nel 1942, il campo divenne il principale centro di detenzione per i civili provenienti dalla “Provincia italiana di Lubiana”, rastrellati in seguito all’applicazione della nota Circolare 3C, emanata dal generale Roatta, comandante della II Armata italiana. Qui furono concentrati intellettuali, studenti, insegnanti, artigiani e operai — tutti considerati possibili oppositori dell’occupazione fascista. Tra di loro vi erano anche numerosi artisti, che più tardi avrebbero dedicato molte delle loro opere all’esperienza del campo. Sotto pseudonimo erano detenuti anche esponenti del Fronte di Liberazione sloveno, destinati a diventare figure di spicco della Resistenza jugoslava. Il campo di Gonars rimase operativo fino a settembre 1943. Con la resa dell’esercito italiano, le guardie abbandonarono il presidio, permettendo agli internati di fuggire o di tornare liberi. Nei mesi seguenti, la popolazione locale provvide a smantellare le strutture, riutilizzandone i materiali per altre costruzioni, come un asilo infantile. Oggi non rimane alcuna traccia visibile del campo.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI MAMULAIl campo di concentramento per internati politici di Mamula fu istituito il 30 marzo 1942 e operò fino all'armistizio dell'8 settembre 1943. Il suo progressivo riempimento coincise con l'intensificarsi delle operazioni di repressione contro la popolazione civile e con l'adozione di misure sempre più estese nell'ambito della lotta antipartigiana condotta dal Regio Esercito. Dal punto di vista geografico, il campo occupava una posizione strategica all'interno dell'area delle Bocche di Cattaro. Mamula sorgeva sull'omonima isola, situata a circa sei chilometri dalla costa montenegrina e di fronte alla penisola di Prevlaka. Gli internati erano qui ospitati all'interno di una preesistente fortificazione austroungarica, il Forte Mamula. Nel campo venivano infatti trasferiti soprattutto civili provenienti da Cattaro, dall'Erzegovina e dalla Dalmazia, ma non mancarono persone arrestate nel territorio sottoposto all'amministrazione montenegrina. Le operazioni di rastrellamento non rispettavano sempre le delimitazioni amministrative e ciò provocò, in più occasioni, contrasti tra il governatore della Dalmazia Giuseppe Bastianini e quello del Montenegro Alessandro Pirzio Biroli. Tali episodi evidenziano le tensioni esistenti tra le diverse autorità italiane impegnate nella gestione dei territori occupati. La gestione quotidiana dei due campi era affidata a piccoli reparti provenienti dall'Emilia e da Messina, ai quali veniva riconosciuto un considerevole margine di autonomia. La consistenza della popolazione internata variò sensibilmente nel corso dell'occupazione. Erano registrati 500 internati nel giugno 1942; nell'ottobre dello stesso anno le presenze oscillavano tra 493 e 560 persone, mentre nel giugno 1943 il campo ospitava 509 internati. Mamula fu utilizzato prevalentemente per l'internamento degli uomini, sebbene nella fase iniziale vi fossero presenti anche alcune donne. Inoltre erano presenti piccoli gruppi di internati ebrei, insieme a persone appartenenti alle comunità cattolica e ortodossa e, in misura particolarmente significativa, musulmana, soprattutto tra gli internati provenienti dall'Erzegovina. Le categorie giuridiche e amministrative comprendevano persone sottoposte a internamento, ostaggi, civili arrestati per ragioni connesse alla sicurezza e all'ordine pubblico, compresi anziani e minori, nonché individui trattenuti in attesa della conclusione degli accertamenti. Particolarmente gravose risultavano le condizioni alimentari. La razione quotidiana prevista per gli internati comprendeva appena 100 grammi di pane, una zuppa accompagnata da 30 grammi di pasta o riso e 30 grammi di formaggio, oltre a una tazza di caffè amaro al mattino. In questo contesto, i pacchi inviati dalle famiglie rappresentavano una risorsa fondamentale per integrare l'alimentazione, sebbene il loro invio fosse sottoposto a rigidi limiti di peso e alle disposizioni delle autorità del campo. In seguito alla proclamazione dell'armistizio, Mamula venne progressivamente smantellato.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI FIUME (RIJEKA)La Caserma Diaz di Fiume (Rijeka) assunse durante la seconda guerra mondiale una duplice funzione all'interno del sistema detentivo italiano: i suoi due edifici furono infatti utilizzati sia come struttura per prigionieri di guerra, identificata con il numero P.G. 83, sia come luogo di internamento per civili provenienti dai territori jugoslavi occupati. La documentazione relativa a quest'ultima funzione è tuttavia frammentaria e non consente di stabilire con certezza la data di apertura del campo. Un primo dato significativo risale all'agosto 1942, quando un documento registra il trasferimento verso Fiume di 1.132 internati sotto scorta militare. Il convoglio fu attaccato da formazioni partigiane durante il percorso, ma le fonti disponibili non permettono di stabilire con precisione l'esito dell'azione. È invece documentato che il 7 agosto 1942 furono condotte nella struttura 374 persone, tutti uomini di età compresa tra i 18 e i 55 anni, provenienti dal territorio della Divisione «Isonzo». Il loro internamento era conseguenza dell'ordine emanato il 21 giugno dal generale Mario Robotti, comandante dell'XI Corpo d'Armata, nel quadro delle misure adottate contro il movimento partigiano jugoslavo. A partire dal febbraio 1943 la Caserma Diaz venne inserita stabilmente nella rete dei campi posti sotto la gestione dell'Intendenza della II Armata, insieme ad Arbe, Gonars, Monigo, Chiesanuova e Renicci. Anche in questa fase continuò a essere indicata attraverso il numero 83, senza una denominazione specifica distinta da quella utilizzata per il campo destinato ai prigionieri di guerra. La struttura, con una capacità prevista di circa 1.000 posti, fu inoltre considerata un punto strategico per l'accoglienza di nuovi internati. Nel marzo 1943 venne pertanto impartita la disposizione di mantenerla completamente disponibile in previsione di ulteriori trasferimenti. La consistenza della popolazione internata cambiò sensibilmente nel corso dei mesi. Al 1° febbraio 1943 erano presenti 876 persone, tutte di sesso maschile e classificate come internati a scopo «repressivo». Il numero risultava già ridotto a 619 persone il 1° aprile, comprendenti 380 uomini, 147 donne, 48 bambini e 44 bambine, mentre il 1° giugno gli internati erano complessivamente 316, suddivisi in 97 uomini, 135 donne, 44 bambini e 40 bambine. L'andamento delle presenze sembra riflettere il ruolo della Caserma Diaz non soltanto come luogo di detenzione, ma anche come struttura di transito e smistamento. Ne costituiscono un esempio il passaggio di internati provenienti da Bakar (Buccari) e diretti a Gonars e l'utilizzo della caserma per il transito di persone liberate da altri campi italiani e successivamente rimpatriate nei territori croati di provenienza.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI LAURANA (LOVRAN)Il campo di concentramento provvisorio di Lovran (Laurana) fu istituito dalle autorità italiane per internare i familiari degli uomini che avevano aderito alle formazioni partigiane comuniste e che non avevano fatto ritorno nei propri comuni entro le scadenze stabilite dalle ordinanze prefettizie dell'ottobre e del novembre 1941. Secondo la ricostruzione dello storico Zdravko Dizdar, il campo venne organizzato presso il Park Hotel, una struttura alberghiera con una capacità di circa 500 persone requisita dalla Prefettura di Fiume. L'attività ebbe inizio il 26 novembre 1941, mentre i primi internati, provenienti dai distretti di Susak e Kastav, vi giunsero il 5 dicembre. La disponibilità degli spazi dell'albergo si rivelò presto insufficiente: entro il maggio 1942 gli internati erano circa 900 e, oltre alle camere, venivano utilizzati anche il cortile e i locali destinati all'idroterapia. Nell'intero periodo di funzionamento della struttura passarono da Lovran circa 3.000 civili. L'aumento della popolazione internata rese necessari numerosi trasferimenti verso altre località italiane. Un documento del 20 aprile 1942 registrava 172 persone classificate come «congiunti di ribelli», per le quali il prefetto Temistocle Testa richiese l'internamento definitivo e l'allontanamento da Lovran, anche allo scopo di ridurre il sovraffollamento. Dopo un ulteriore incremento delle presenze, il Ministero dell'Interno dispose il trasferimento degli internati «tutti in provincia di Vercelli»; il 19 giugno 1942, 253 persone furono quindi distribuite in diversi comuni della provincia. Altri gruppi furono successivamente inviati in località delle province di Reggio Emilia e di numerosi altri territori italiani. Le vicende degli internati testimoniano inoltre il carattere coercitivo della detenzione. Cleonice Pignedoli, ricostruendo uno dei trasferimenti effettuati nel giugno 1942, riporta la testimonianza di Maria Miculic, allora bambina di otto anni, internata insieme alla madre e al fratello minore e originaria di Podhum. Secondo la testimonianza, il padre della bambina fu ucciso insieme ad altri undici uomini lungo la strada verso Fiume nel giorno della deportazione. La stessa ricostruzione ricorda inoltre le restrizioni imposte agli internati, ai quali era vietato ricevere pacchi e, secondo la testimonianza, anche cantare e ballare. Un nuovo e consistente afflusso si verificò nel luglio 1942, dopo la distruzione di Podhum e la deportazione della sua popolazione in seguito all'eccidio del villaggio. A Lovran furono trasferiti complessivamente 889 abitanti di Podhum, suddivisi in 208 uomini, 269 donne e 412 bambini. Anche questo gruppo venne successivamente distribuito tra numerosi comuni italiani, tra cui Arcevia e Fabriano, Montefalco, Portomaggiore, Ronco Canavese, Gazzuolo, Castello di Godego, Portobuffolé, Magliano de' Marsi, Ottone, Bioglio, Cingia de' Botti, Varsi e Pellegrino Parmense. Il progressivo trasferimento degli internati portò infine alla chiusura della struttura. Il 27 novembre 1942, l'Ispettorato per i servizi di guerra del Ministero dell'Interno dispose il trasferimento di 350 «sfollandi» da Laurana al campo delle Fraschette, presso Alatri, operativo dal mese precedente; il 30 novembre partirono 231 civili già internati a Lovran. Il 9 febbraio 1943 il prefetto Testa sollecitò la definitiva cessazione dell'attività del campo, dove rimanevano ancora circa 170 persone. Il trasferimento degli ultimi internati alle Fraschette fu autorizzato pochi giorni dopo e avvenne in due gruppi: 77 persone il 18 febbraio e le restanti il 21 febbraio 1943. Complessivamente, da Lovran ad Alatri furono trasferite 405 persone.
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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI PORTO RE (KRALJEVICA)In seguito a un ordine di Benito Mussolini per l'internamento degli ebrei nella Croazia occupata dall'Italia, un campo che aveva in precedenza ospitato croati inizia a partire dal novembre 1942 a detenere ebrei, nel villaggio di Kraljevica (in italiano Porto Re), circa 125 km a sud-ovest di Zagabria; nei documenti italiani il campo viene indicato con il suo nome italiano. Il comando è affidato al generale di Corpo d'Armata Renato Coturri, del V Corpo d'Armata italiano, noto per posizioni antisemite. Otto baracche di legno ospitano fino a 90 ebrei ciascuna, mentre quattro scuderie vengono adattate per stipare fino a 145 donne e bambini ciascuna (secondo altre fonti fino a 300 persone). L'intera struttura è circondata da filo spinato, con torrette di guardia e sentinelle permanenti all'ingresso, misure di sicurezza ereditate dal periodo in cui il campo ospitava croati arrestati come partigiani o per rappresaglia; la sezione maschile è separata da quella femminile e dei bambini da filo spinato, sebbene le fotografie dell'epoca mostrino che le sezioni non fossero completamente recintate. Gli internati ebrei sono per lo più profughi da Zagabria, dalla Slavonia e da altre zone della Croazia, che avevano trovato rifugio nelle regioni costiere croate (Crikvenica, Kraljevica, Novi Vinodolski, Selce). I responsabili del campo organizzano i prigionieri in squadre di lavoro forzato per la costruzione di strade e l'estrazione in cava, oltre che per il miglioramento del campo stesso. Gli internati eleggono propri rappresentanti — tra cui il matematico Vladimir Vranik, Milan Singer, Herman Schossberger, l'ingegnere Arthur Lothe e Slavko Herak — che mantengono contatti con le autorità militari italiane; verso fine novembre 1942 inviano una petizione scritta al generale Mario Roatta, lamentando le difficili condizioni di vita, alla quale il V Corpo d'Armata risponde riconoscendo la descrizione ma giudicandola conforme alle politiche italiane sui campi. Ogni baracca ha un proprio comandante, al vertice della gerarchia interna del campo. Al 2 novembre 1942 risultano 1.003 prigionieri ebrei; le stime successive variano a seconda delle fonti (fino a 1.172 secondo la II Armata italiana, 1.250 secondo la Federazione delle Comunità Ebraiche Jugoslave, 1.185 — inclusi 110 bambini — secondo lo storico Ivo Goldstein); al 29 dicembre 1942 le fonti italiane riportano 1.173 ebrei, di cui 969 classificati come croati e 204 "altri" (in maggioranza tedeschi, oltre a ungheresi, rumeni, francesi e italiani). Al 1° febbraio 1943 il campo conta 1.172 ebrei (462 uomini, 612 donne, 98 bambini); al 15 aprile 1943, 1.160 (455 uomini, 609 donne, 96 bambini); poco prima del trasferimento al campo di Arbe sull'isola di Rab, il 27 giugno 1943, ne restano 1.163 (453 uomini, 611 donne, 99 bambini). Secondo Goldstein, solo circa il 52% degli internati si dichiarava di fede ebraica, mentre circa il 45% si dichiarava cattolico, con una minoranza di protestanti, musulmani e atei. Le guardie, carabinieri italiani, non risultano aver ucciso internati, ma le difficili condizioni di vita e il timore di essere consegnati ai tedeschi portano diversi ebrei al suicidio. Gli internati organizzano autonomamente una cucina comune, un ambulatorio, una struttura per le madri con neonati, una sinagoga e una cappella per i cristiani perseguitati in quanto ebrei, oltre a riuscire a introdurre clandestinamente medicinali nel campo; organizzano inoltre eventi culturali (conferenze, spettacoli musicali) e una scuola, rifornita di libri e materiale didattico dal rabbino capo Miroslav Šalom Freiberger e da Hugo Kohn, presidente della comunità ebraica di Zagabria (entrambi in seguito uccisi ad Auschwitz); fino al maggio 1943 la comunità ebraica di Zagabria integra inoltre le insufficienti forniture alimentari italiane. Secondo diversi studiosi il campo viene sciolto il 13 giugno 1943, sebbene i registri italiani continuino a contare 1.163 prigionieri ebrei ancora il 27 giugno; secondo Goldstein il trasferimento al campo di Arbe avviene tra il 5 e il 15 luglio 1943.