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I fotografi
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Modonesi, AlfonsoNato a Bergamo nel 1941, inizia la sua carriera nei primi anni Sessanta, entrando a far parte del Fotoclub Bergamo, dove figure come Pepi Merisio, Carlo Leidi, Alessandro Brembilla, Rinaldo Della Vite diventano importanti punti di riferimento per il giovane fotografo. La città offre in quegli anni un terreno ricco di fermenti e di possibilità di crescita: nel 1961 è bandito il concorso Galleria “La Torre”, dedicato al ritratto; nel 1962 il “Trofeo Legler” vede Antonio Arcari, Cesare Colombo e Paolo Monti tra i membri della giuria; del 1963 è la mostra “La Figura Umana”; del 1964 la rassegna “L’uomo e la domenica”. Nel 1964 il giovanissimo Modonesi è vincitore della terza edizione del premio “Città di Fermo”, promosso da Luigi Crocenzi, con la fotografia Villa Bardi “degli Angeli”. A seguito di tali riconoscimenti inizia la collaborazione con il settimanale "L’Europeo" e con l'agenzia Black Star America. I due libri Chelò (2001) e Fogliò (2002) raccolgono i lavori realizzati negli anni Sessanta-Settanta: il primo documenta il paesaggio, le case e la vita della popolazione della Valle Imagna; il secondo raccoglie otto fotoracconti, tra i più cari e significativi al fotografo, con un’introduzione di Cesare Colombo. Dal 2018, il suo archivio fotografico trova ospitalità presso il Museo delle Storie di Bergamo con circa 100.000 negativi, 20.000 stampe e 100.000 diapositive, coprendo un arco temporale dal 1963 al 2016.
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Moroldo, GianfrancoMilanese di nascita, è riconosciuto come uno dei più grandi fotoreporter italiani, nonché primo italiano a vincere il World Press Photo nel 1968. Nel 1954 inizia la longeva collaborazione con “L’Europeo” che lo accompagnerà fino al 1992. Per il settimanale, documenta alcuni degli eventi più significativi del XX secolo, raccontando guerre, rivolte, rivoluzioni e disastri naturali. Il suo obiettivo ha immortalato la rivolta ungherese, la guerra civile somala, il conflitto in Vietnam, la guerra dei Sei Giorni e la guerra civile jugoslava. Ha inoltre realizzato reportage di grande impatto su calamità naturali come il terremoto del Belice, il disastro del Vajont e l’alluvione di Firenze. Ferdinando Scianna, nello staff dell’Europeo dal 1967 al 1983, così lo racconta: “Gianfranco Moroldo non ha mai speso gran tempo a storicizzarsi, a prepararsi il monumento futuro. Per lui, giornalista fino al midollo, il discorso fotografico ha sempre avuto come scopo le pagine del suo giornale e lì si esauriva. A questa sublime noncuranza si è aggiunta l’incuria qualche volta criminale dei disordini d’archivio. Molte grandi fotografie perse, altre distrutte, come quella, indimenticabile, scattata in Vietnam, dei due soldati che si abbracciano piangendo”. È autore del libro di memorie "Passaporto numero 953647H. Professione: a rischio", uscito per la Rizzoli nel 1992, dove racconta la sua storia personale e professionale.
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Castellano, MimmoFotografo e designer italiano, nato a Gioia del Colle in provincia di Bari, è riconosciuto come uno dei principali grafici italiani negli anni Sessanta e Settanta. Inizia la sua carriera a Bari, curando l'immagine della casa editrice Laterza e realizzando la "Maschera di Farinella" per il Carnevale di Putignano. Trasferitosi a Milano nel 1967, collabora con figure di spicco come Carlo Ludovico Ragghianti, Umberto Eco e Leonardo Sinisgalli e lavora per case editrici quali Vallecchi, Feltrinelli, Einaudi. Parallelamente, svolge attività didattica: insegna "Progettazione grafica" all'Accademia di Belle Arti di Bari nei primi anni '70, "Immagine coordinata e segnaletica" all'ISIA di Urbino nel 1981 e, dal 1985 al 1994, all'Istituto Europeo di Design nelle sedi di Milano, Torino e Cagliari. È stato membro dell'Alliance Graphique Internationale (AGI) e dal 1980, membro onorario dell'Associazione Italiana Design della Comunicazione visiva (AIAP). Negli anni Sessanta si dedica a importanti progetti fotografici di documentazione sociale, tra cui "Paese lucano" (1964), realizzato per l'ENI, che esplora paesaggi, abitazioni e tradizioni popolari della Lucania. Tra i lavori più noti figurano anche La valle dei trulli (1959) e Noi vivi (1967) in cui documenta la vita quotidiana e i cambiamenti socio-culturali del Sud Italia.
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VItali, MassimoNato a Como nel 1944, dopo gli studi in fotografia al London College of Printing, intraprende la carriera di fotoreporter, collaborando con numerose riviste e agenzie in Italia e in Europa. Negli anni ’80 si allontana dalla fotografia documentaristica per dedicarsi al cinema e alla televisione come direttore della fotografia. Tuttavia, il suo legame con la macchina fotografica non si interrompe e negli anni ’90 ritrova nuovo slancio nella fotografia come mezzo di ricerca artistica. Nel 1994 avvia la Beach Series, caratterizzata dall’uso del grande formato e dall’iconografia delle scene di massa nei luoghi pubblici. Le sue immagini a colori di grandi dimensioni vengono esposte nei più prestigiosi musei e fondazioni internazionali, tra cui il Guggenheim Museum di New York, il Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, il Centre Pompidou di Parigi, il Museo Luigi Pecci di Prato e il Museum of Contemporary Art di Denver. Ha collaborato con prestigiosi marchi e realizzato commissioni editoriali per testate di fama internazionale come il New York Times, Vanity Fair, Condé Nast, National Geographic, Vogue Italia, Wallpaper, Wall Street Journal e Financial Times. Vive e lavora a Lucca, continuando a esplorare il rapporto tra spazi collettivi e dinamiche sociali attraverso la fotografia.
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Dondero, MarioNato a Milano nel 1928, partecipa giovanissimo alla Resistenza in Val d’Ossola e alla Liberazione di Milano. Negli anni ’50 frequenta il celebre Bar Giamaica, vicino all’Accademia di Brera, punto d’incontro di intellettuali, artisti e fotografi. Viene assunto come cronista da Milano Sera, per poi diventare inviato del settimanale Le Ore, diretto da Salvato Cappelli e animato da due figure di spicco del giornalismo italiano: Giuseppe Trevisani e Pasquale Prunas. È proprio in questo periodo che matura la decisione di dedicarsi al fotogiornalismo. Nel 1954 si trasferisce a Parigi, dove continua a collaborare con giornali italiani come Il Giorno e, successivamente, La Repubblica. Contemporaneamente è attivo nella stampa francese e internazionale, in particolare con Regards, L’Humanité Dimanche, L’Express e Jeune Afrique. Segue da vicino numerosi conflitti nel mondo e documenta molte conferenze internazionali. All'inizio degli anni '70 torna stabilmente a Parigi, dove risiede fino al 1999, continuando a realizzare reportage di forte impegno politico e sociale. Le sue fotografie vengono pubblicate in Italia e all’estero, testimoniando lo sguardo attento sulle vicende umane e storiche. Successivamente si stabilisce a Fermo, nelle Marche, ma continua a viaggiare e a raccontare il mondo attraverso la sua macchina fotografica. Collabora con giornali, riviste e associazioni umanitarie come Emergency, sempre con lo stesso spirito di denuncia e partecipazione. Le sue fotografie sono state esposte in numerose mostre personali e collettive, sia in Italia che all’estero. Nel dicembre 2014, presso le Grandi Aule delle Terme di Diocleziano a Roma, viene inaugurata una grande mostra personale con 250 sue fotografie. In questa occasione nasce anche la collana Electaphoto, la cui prima monografia è dedicata proprio a Mario Dondero, ripercorrendo il suo lavoro dagli esordi negli anni ’50 fino ai giorni nostri.
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Berengo Gardin, GianniLigure per nascita ma veneziano d'adozione, cresce nella città lagunare dove nel 1954 si avvicina alla fotografia, aderendo al gruppo fotografico veneziano "la Gondola", noto per la sua attenzione alla fotografia neorealista e d'autore. Inizia la sua attività professionale nel 1965 collaborando con il settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, e successivamente pubblica sulle più importanti testate italiane ed estere, tra cui "Domus", "Epoca", "Le Figaro", "L'Espresso", "Time", "Stern". La sua fotografia, caratterizzata da un rigoroso bianco e nero e un forte impegno sociale, si concentra sulla documentazione delle trasformazioni del paesaggio e della società italiana, con una particolare attenzione ai temi dell’emarginazione, del lavoro e della memoria collettiva. Ha pubblicato oltre duecento libri e realizzato più di duecento mostre internazionali, affermandosi come uno dei fotografi più influenti e un maestro per diverse generazioni. Tra i lavori più celebri "Morire di classe" (1669), una denuncia delle condizioni dei manicomi italiani, realizzata insieme a Carla Cerati; "Un paese vent'anni dopo" (1973), progetto in collaborazione con Cesare Zavattini che riprende il celebre "Un paese" di Strand-Zavattini, documentando i cambiamenti avvenuti nel paese di Luzzara a vent'anni di distanza; "La disperata allegria: vivere da zingari a Firenze" (1994), un reportage sulla vita delle comunità rom nel capoluogo toscano, che gli è valso il Leica Oskar Barnack Award nel 1995. Nel corso della sua carriera, Berengo Gardin ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il World Press Photo nel 1963 e il Lucie Award alla carriera nel 2008. Il suo approccio rigoroso e umanista alla fotografia, ispirato alla grande tradizione del reportage europeo e a maestri come Henri Cartier-Bresson, lo ha reso uno dei massimi interpreti della fotografia come strumento di narrazione sociale. Attraverso il suo obiettivo ha raccontato l’Italia, riuscendo a cogliere con sensibilità la bellezza, le contraddizioni e le trasformazioni del Paese. Le sue opere sono conservate in prestigiose collezioni internazionali, tra cui il MoMA di New York, il George Eastman House di Rochester, il Centre Pompidou e la Bibliothèque nationale de France a Parigi.





